lunedì 4 marzo 2013

Smart vision: cosa può insegnare l’esempio di Santander alle città italiane

Santander è uno dei casi più interessanti di smart city attualmente disponibile in Europa.
Durante la prima edizione di Smart City Exhibition abbiamo ospitato il suo sindaco, Iñigo de la Serna, primo sponsor del progetto. È possibile seguire la registrazione video del suo intervento e leggere l’intervista che ci ha rilasciato in preparazione dell’evento.
In vista della nuova edizione (16-18 ottobre 2013) della manifestazione e della sessione sulle Smart City che si terrà il 29 maggio 2013 durante FORUM PA, abbiamo ritenuto importante approfondire alcuni aspetti importanti dell’azione di questa amministrazione. Grazie alla collaborazione con Pablo Sanchez Chillon[1], un grande esperto internazionale che collabora al programma scientifico della manifestazione, abbiamo incontrato nuovamente il sindaco con l’obiettivo di individuare alcuni elementi decisivi che potrebbero ispirare l’azione delle città italiane.
I progetti  di Santander non nascono per caso. A inizio legislatura l’amministrazione ha sviluppato un piano strategico che ha disegnato il modello della città del futuro, con una proiezione a vent’anni, consapevole della forte competizione con le città vicine e le realtà europee delle medesime dimensioni.  Gli assi portanti del piano strategico sono l’innovazione tecnologica, l’attenzione all’internazionalizzazione della città, l’investimento nella dimensione culturale del territorio.
I pilastri definiti nel piano strategico hanno dato vita ad un percorso partecipativo che ha portato a definire il Piano di Innovazione locale, le cui azioni sono state condivise con le istituzioni, l’università, le imprese e la società civile, tutti attori coinvolti come protagonisti nei progetti, come il nuovo Centro Culturale che coinvolge le fondazioni locali o il Parco Tecnologico che vede la partecipazione dell’università.
Uno degli aspetti fondanti di questo percorso è la consapevolezza che per pensare in grande occorre una visione che vada oltre i limiti temporali della legislatura, quindi l’intento di De La Serna è ottenere un livello di consenso molto ampio sui progetti, in modo che possano durare nel tempo anche dopo la fine del suo mandato.
Con questo prospettiva alle spalle, l’amministrazione è in grado di indirizzare e selezionare i progetti innovativi in modo che vadano tutti a contribuire al medesimo disegno e si rafforzino a vicenda: le singole applicazioni; i percorsi di formazione a tutti i livelli; le strutture e le tecnologie abilitanti.
Rispetto alla smart city, il progetto base mira a sperimentare  una grande rete di 12.000 oggetti connessi e sensori che controllano sicurezza, aree verdi, illuminazione, meteo, rumore, irrigazione, parcheggi, mobilità, ecc.
A fianco di questa rete fissa c’è una rete di sensori mobili installati sui veicoli del trasporto pubblico, sui taxi e sui mezzi della polizia.
A ciò si aggiunge la dimensione del “sensado partecipativo” che presuppone invece che siano gli stessi cittadini  a prestarsi volontariamente per divenire sensori semoventi sul territorio grazie agli smart phone e ad applicazioni dedicate.
Questa straordinaria piattaforma tecnologica, finanziata grazie a vari programmi europei, offre oggi un’importante opportunità di sperimentazione per le aziende. Ed è in questo settore che si nota un altro aspetto illuminante dell’azione della città.
I finanziamenti europei e i fondi pubblici hanno dato vita a due open call per le imprese che vogliono sviluppare progetti che si basino sulle risorse e sugli standard della piattaforma sensoristica locale. I partecipanti si trovano così a operare in un ambiente favorevole in continuo e dinamico sviluppo. Ai primi progetti approvati – selezionati fra 47 candidature -  hanno fatto seguito le proposte per altre 31 iniziative sperimentali  di cui ne sono state finanziate quattro.
Santander si propone quindi oggi come un vero e proprio laboratorio vivente, utile per verificare sul campo le soluzioni di piccoli e grandi player internazionali. L’obiettivo è però andare oltre questa fase sperimentale per individuare una formula vincente di  gestione integrata pubblico privata, dove non è tanto la città che individua e mette a bando singoli prodotti, quanto le imprese che nell’ambito di una strategia complessiva chiara e lungimirante del partner territoriale, propongono soluzioni da co-progettare e adattare alle esigenze locali.

Perché il modello Sandander al momento pare funzionare? Sicuramente per la capacità dell’amministrazione di fare accordi con tutti, dalla Commissione Europea, cha ha visto nella città un interlocutore affidabile, alle imprese e agli stakeholder locali.  Inoltre Santander riesce a proporsi come laboratorio aperto estrapolando ed esplicitando chiaramente le proprie specificità ed eccellenze. Si capisce dove vuole andare e non ci sono dubbi che questa prospettiva venga messa in discussione in tempi brevi.
Restano ovviamente da chiarire i modelli di business per la sostenibilità economica della piattaforma tecnologica impiantata nella città. Le prime ipotesi sono legate alla vendita dei dati alle imprese, ai canoni di accesso alla piattaforma, alla visibilità che i progetti sono in grado di trasferire agli attori coinvolti. Sono dimensioni ancora tutte da verificare e non ci stupiremmo se, una volta esauriti i fondi europei, la città dovesse ricalibrare fortemente le proprie aspettative. Ma sono troppe le variabili in gioco e i tempi non sono ancora maturi per trarre delle conclusioni.
Di certo c’è oggi l’incredibile concretezza di un’amministrazione che calcola lucidamente di misurare il ritorno dei singoli progetti parametrandoli alle variazioni della qualità della vita dei cittadini, al ritorno sociale e alla loro coerenza con le priorità individuate nel piano di sviluppo locale; che ha sviluppato piani di alfabetizzazione sia dei cittadini sia dei dipendenti pubblici, in modo da creare un ambiente favorevole all’innovazione e all’uso dei nuovi servizi; che dedica grande attenzione alla condivisione dei propri progetti partecipando attivamente alla RECI, la rete spagnola delle città intelligenti di cui lo stesso De La Serna è presidente e che si pone come obiettivo proprio lo scambio di soluzioni tecniche fra le amministrazioni.
Perché la smart city non è una sfida all’intelligenza del territorio o delle persone, bensì l’individuazione di un  processo intelligente in grado di generare un cambio di attitudine e di comportamento che porti a nuove soluzioni dei problemi irrisolti.

[1] Il blog: http://urban360.me/ - Il video del suo intervento a Smart City Exhibition: http://www.innovatv.it/video/2718499/pablo-sanchez-chillon/linfrastruttura-abilitante-la-citt-intelligente-connettivit 
 
Questo articolo è stato pubblicato su www.SmartInnovation.it

mercoledì 27 febbraio 2013

Lezione di accountability da Chicago

Il 22 febbraio scorso FORUM PA ha organizzato, presso l’ambasciata americana di Roma, un incontro con Kevin Hauswirth, direttore Social Media della città di Chicago.  Avendo avuto modo di chiaccherare un  po’ con lui, credo sia utile condividere qualche considerazione.
Kevin è stato nominato Social Media Director 21 mesi or sono, ha un ruolo di grande responsabilità e ha meno di trent’anni.
La sua funzione è parte di una triade che governa in modo integrato gli aspetti tecnologici della città, composta anche da un Chief Data Officier e a un Chief Technology Officier.
Essi fanno riferimento direttamente al sindaco e curano un programma che pone al centro dell’azione di governo trasparenza, accountability, open data e uso dei social media.
La trasparenza è un valore riconosciuto che viene esplicitato in tutte le forme possibili,  in particolare si attribuisce una grande importanza agli open data e alle applicazioni che su di essi possono essere sviluppate, anche grazie alla costruttiva relazione con Code for America che contribuisce a realizzare i prodotti principali per lo sviluppo della strategia dell’amministrazione.
Trasparenza, dunque, ma anche accountability, ovvero massima attenzione a documentare in modo interattivo e in tempo reale cosa stia facendo l’amministrazione, in modo da coinvolgere i cittadini in un circuito virtuoso verso il miglioramento delle performance e la comprensione della complessità della gestione della città.
Alcuni esempi sono stimolanti.
Infografica del Bilancio di Chicago
Infografica del Bilancio di Chicago
Il bilancio viene  presentato grazie ad alcune infografiche molto esplicative, che fanno capire immediatamente le poste in gioco e la rilevanza dei diversi settori di spesa, in modo da spingere i cittadini a discutere degli aspetti significativi e in modo informato.
Curiosa anche la georeferenziazione delle ispezioni ai ristoranti, le Food inspections che sono una funzione in carico all’amministrazione della città e non dell’USL come in Italia.
La mappa delle food ispections di Chicago
La mappa delle food ispections di Chicago

Ma non mancano anche le performance di tutti gli uffici, comprese le assenze dal lavoro per malattia nei vari giorni della settimana, tutti dati forniti in modo da essere immediatamente leggibili grazie a grafici e immagini. Insomma, non ci si limita a mettere online delle tabelle illeggibili ma si fa invece uno sforzo di comunicazione chiara e responsabile, a cui si associa la disponibilità dei corrispettivi dati grezzi per chi voglia fare elaborazioni proprie.
La presenza sui social è dirompente, la maggior parte degli uffici sono attivi sia su FB che su Twitter, ma non mancano Youtube, Google+, Flickr, Floursquare e addirittura il Chicago Park District su Pinterest .
Kevin è consapevole della dirompente mole di dati e interazioni che deriva da queste presenze e sottolinea l’importanza di individuare delle priorità, selezionare le cose più significative e costruire su di esse un percorso di messa  a fuoco che consenta all’amministrazione di agire, ma allo stesso tempo di evitare l’overload di informazioni. Ecco quindi che vengono sperimentati sistemi per votare  e soprattutto commentare le idee più significative – come Ideascale – in modo da raffinare per fasi successive le proposte dei cittadini.
È molto interessante la logica collaborativa che permea tutte le azioni.
Ad esempio, per affrontare il problema dell’informazione sulla pulizia delle strade durante le frequenti nevicate che colpiscono la città, tutti i veicoli spazzaneve sono stati dotati di un GPS che li posiziona in tempo reale su una mappa accessibile a tutti i cittadini, in modo da prevenire richieste inutili di informazioni e far comprendere l’entità dello sforzo messo in campo dall’amministrazione.
La mappa che posiziona gli spazzaneve a Chicago durante gli snow storm
La mappa che posiziona gli spazzaneve a Chicago durante gli snow storm
Ancora più importante è il Service Tracker, che consente di sapere a che punto è una segnalazione effettuata tramite il call center 311. In questo caso un’altra delle azioni interessanti realizzata da  Code for America è la connessione dell’app che consente di segnalare i fenomeni di degrado della città (Www.seeclickfix.com), con il sistema di gestione del 311. Le segnalazioni entrano così direttamente nel workflow dell’amministrazione che interviene e rendiconta sui diversi canali.
Gli operatori dell’amministrazione rispondono anche su Twitter, ma non si limitano a risposte vaghe o di circostanza. Per esempio, in caso di segnalazione di guasti, chiedono agli utenti di fotografare il problema e di condividerlo in modo da valutare il tipo di intervento necessario senza dover far uscire una squadra appositamente. Il cittadino viene così responsabilizzato e diventa parte integrante del processo di risoluzione del problema.
Dalle parole di Kevin, traspare immediatamente una forte differenza di approccio al rapporto città – cittadini: a Chicago si dà per scontato che gli interlocutori siano digitalmente attivi e consapevoli, e si investe per aumentare il grado di fiducia e collaborazione con l’istituzione, per esempio chiedendo di adottare un marciapiede da spalare in caso di neve.
È un investimento a lungo termine, una scommessa sulla capacità della città di ridefinire il perimetro dell’operatività degli enti alla luce di una nuova forma di attivismo digitale e materiale. Una bella scommessa, che fa riflettere sulla digital awarness del nostro paese, magari pensando ai numeri del  Comune di Roma: 10.000 followers su Twitter e 10.000 telefonate al giorno al contact center. Probabilmente c’è ancora molto lavoro da fare.
Adottare un marciapiede
Adottare un marciapiede
[Tutte le immagini sono  tratte dalla presentazione di Kevin Hauswirth]

Questo articolo è stato pubblicato su Pionero [vai all'articolo originale]

venerdì 30 novembre 2012

Le città, la City Protocol Society e la corsa al Far West

Di ritorno da Barcellona dopo tre giorni piuttosto stimolanti allo Smart City World Congress, ripenso con il sorriso sulle labbra ad una metafora piuttosto efficace suggerita da Manel Sanromà, CIO dell’Ayuntamento di Barcellona, con cui ho avuto il piacere di fare una lunga chiaccherata a proposito dei lavori della City Protocol Society.
Le Smart City sono oggi per le amministrazioni locali una sorta di Far West ricco di strabilianti promesse. Spazi sterminati, terreno fertile per nuove colture, la possibilità di costruire qualcosa d’innovativo sia socialmente che dal punto di vista tecnico e urbanistico.
Tutti ne parlano, sembra quasi obbligatorio per i sindaci diventare i “nuovi coloni” e partire per questa avventura. Eppure un alone d’ignoto su cosa effettivamente si possa trovare dall’altra parte continua ad aleggiare nell’aria.
Alcuni furbacchioni si rendono conto che c’e’ la possibilità di fare buoni affari aspettando i coloni al varco. Mettono su in fretta e furia spacci luccicanti posizionati nei luoghi di passaggio e rifilano ai più creduloni vecchi attrezzi che stavano invenduti nei magazzini e nuove carabattole per dissodare, cablare, processare e difendersi da pericoli inesistenti.
Spesso sono cose completamente inutili, perché possono funzionare solo insieme ad altri strumenti ancor più costosi, oppure presuppongono la disponibilità di risorse o di competenze che non ci sono.
Ma non importa, è partita la corsa all’oro e la domanda incalza.
Alcuni coloni diventano figure mitiche. Hanno scoperto nuovi territori fertili e sono tornati sani e salvi a raccontarlo. Tutti vogliono parlare con loro, i furbacchioni li invitano nei loro spacci e li riempiono di regali. Nessuno dice che sono tornati anche perché la terra era sì fertile ma per coltivarla ci volevano braccia che non c’erano, e da soli si faceva ben poco.
Altri invece partono male equipaggiati, hanno sentito parlare dei fiumi pieni di pepite d’oro e non ci pensano due volte. Mettono la famiglia su un carretto e partono alla ventura. Spesso finiscono però sterminati, perché là fuori non è facile sopravvivere. Ci sono le bande di cattivi sabotatori, gli animali feroci che si pappano le risorse, i virus. Bisogna avere le competenze per fare un sacco di cose. E’ tutto un mondo nuovo dove orientarsi, se si mette la casa nel posto sbagliato tutto può essere spazzato via alla prima piena.
Ecco allora che alcuni coloni più lungimiranti degli altri si rendono conto che è meglio muoversi insieme, unendosi in carovane.
Nascono così nuove figure professionali che sono indispensabili per il successo dell’avventura. Ci sono i facilitatori, che creano le condizioni per partire uniti e ben attrezzati, magari mettendo in contatto chi vuole partire con i venditori più onesti e preparati organizzando fiere e incontri con gli esperti.
Ci sono le guide, gli sceriffi e i dottori, che aiutano a trovare la strada, a riconoscere i pericoli e prevenirli, perché hanno già fatto il percorso con altri coloni.
Presto alcuni febbri e maniscalchi che prima rifilavano cose inutili ai coloni, si rendono conto che i tempi sono cambiati e che è più proficuo parlare con loro e magari accompagnarli lungo questo lungo viaggio, per costruire gli attrezzi che realmente servono lungo il cammino. Si scopre così che spesso non servono cannoni ma pentole per cucinare meglio e tende per dormire al caldo la notte. Bisogni primari, che se soddisfatti uniscono le famiglie dei coloni e le carovane fra di loro quando si incontrano, e consentono di trovare nuove energie, idee e soluzioni.
Così i coloni si rendono finalmente conto che non basta la loro forza e determinazione da patriarchi, e se le famiglie partecipano alle attività e uniscono gli sforzi dividendo il lavoro si fa più strada con meno fatica. Nascono nuove comunità che prima non c’erano.
Si arriva finalmente alla terra promessa e ci sono tutte le condizioni e le braccia per coltivarla al meglio.
La City Protocol Society, come mi è stata raccontata da Manel Sanromà, nasce proprio per mettere insieme le città in una carovana che unisce le forze per trovare la terra promessa delle Smart City senza farsi depredare dai furbacchioni. Lo fa unendo a livello mondiale le competenze delle amministrazioni, degli esperti e delle aziende per definire degli standard praticabili che aiutino a riconoscere le soluzioni più efficaci.
E’ una bella scommessa decisamente ambiziosa, speriamo che risulti vincente. Credo valga la pena che ognuno di noi metta il proprio gettone.

Questo articolo è stato pubblicato su www.pionero.it  (Vai direttamente all'articolo)

lunedì 12 novembre 2012

Il ruolo delle PA nello sviluppo delle Smart City


Smart city: tutti ne parlano, difficile trovare un accordo su cosa s’intenda realmente con questo termine[1]. Per ipotizzare quale possa essere il ruolo delle amministrazioni pubbliche nel loro sviluppo, occorre assumere alcuni postulati di partenza, alcuni elementi di discontinuità che consentano di non disconoscere l’intelligenza delle città del passato, bensì di individuare le specificità di quelle del futuro. Un futuro ormai presente, tangibile e praticabile.
Le città sono fatte di uomini e donne, e sempre lo saranno. Ma le smart city sono tali perché gli uomini e le donne che le popolano e le governano sono oggi in grado di accedere in modo diffuso a tecnologie che prima non c’erano.
Questo è il primo elemento di discontinuità che occorre tenere presente. Se oggi possiamo pensare in termini di smart city è perché le strade e le case sono piene di oggetti più o meno intelligenti connessi a Internet: sensori, telefoni, oggetti, veicoli, ecc.
E questa opportunità non è ristretta ai centri di ricerca, alle università, alle grandi aziende ICT. No, oggi anche un ragazzo dotato di uno smart phone può incidere attivamente sulle funzioni, i servizi, le informazioni del territorio che lo circonda. Anche un’amministrazione locale può impiantare, con investimenti contenuti, reti e servizi fino a pochi anni fa impensabili. Basti pensare alla capacità di calcolo e storage oggi disponibile grazie alle soluzioni di cloud computing.
La diffusione di Internet, la facilità di accesso e l’ubiquità di oggetti connessi, la disponibilità di piattaforme d’integrazione e di servizi digitalizzati, sono elementi abilitanti che prima non c’erano ed oggi vanno a costituire le colonne portanti della smart city. Questo non significa affermare che essa sia fatta di tecnologia, tutt’altro, ma se vogliamo individuarne gli elementi identificativi per ricavare il ruolo delle amministrazioni pubbliche, il fattore tecnologico è determinante.
Il secondo elemento di discontinuità è culturale e si sviluppa a più livelli: politico, delle istituzioni, degli abitanti e delle imprese. La smart city si riconosce perché attua un profondo cambiamento culturale nel modo di intendere la governance locale.
Il presupposto tecnologico rende impensabile l’assenza di una visione sistemica e della capacità di ragionare su strategie di lungo periodo.
Si può accettare una città dove gli enti del territorio adottano sistemi incapaci di interagire ed integrarsi fra di loro?
Quanto tempo occorre per portare a regime le piattaforme per la gestione del traffico che sono in grado di analizzare i dati sulla mobilità in tempo reale e indirizzare i pendolari?
E’ sensato elaborare i dati del traffico e correlarli in tempo reale con quelli ambientali per dotarsi di strumenti a supporto delle decisioni strategiche?
Non sono obiettivi di legislatura, occorre andare oltre, pensare in grande e lontano, coinvolgere un alto numero di stakeholder. Serve il coinvolgimento delle imprese con modelli che vadano oltre il rapporto cliente / fornitore. Occorre valorizzare il tessuto imprenditoriale locale e sfruttare al contempo l’expertise dei grandi vendor internazionali in grado di trasferire le conoscenze sviluppate nei territori più evoluti.
La complessità del sistema delle partnership, unita alla necessità di finanziare grandi progetti con risorse limitate, richiede una forte leadership politica e delle istituzioni. Richiede vision, garanzie di continuità.
Questo è forse l’elemento che caratterizza le città oggi più all’avanguardia: la capacità di trasferire il senso di una vision, di un progetto che vada oltre il singolo sindaco. Sì, i personaggi sono fondamentali e imprimono un marchio alle loro creature – lo slogan “New Urban Mechanics” del sindaco di Boston Thomas Menino è forse destinato a durare una legislatura[2] - ma la lungimirante strategia di Amsterdam[3] per ridurre le emissioni entro il 2025  resisterà nel tempo. E sono una bella promessa anche i progetti a 360° di Barcellona, che nonostante la crisi economica spagnola e catalana si appresta a divenire la capitale mondiale del settore[4].
Il coinvolgimento delle imprese sotto forma di co-investitori nello sviluppo del territorio è fondamentale, ma nessuna di loro accetterà come partner un soggetto che non sappia cosa voglia fare da grande.
Il modo nuovo di concepire una parte dei servizi pubblici è il terzo elemento di discontinuità. Ancora una volta il presupposto tecnologico e la sua diffusione sono gli elementi abilitanti. L’eredità della stagione dell’e-government – ancora non pienamente conclusa e assai poco valorizzata, quantomeno nel nostro paese – è la piena realizzazione del percorso di digitalizzazione dei processi e dei procedimenti degli enti pubblici. Se il processo è digitale, ed il servizio può quindi essere erogato virtualmente ove non si tratti di attività materiali, allora le modalità di accesso divengono molto più flessibili, non necessariamente legate ai canali istituzionali. Possono intervenire nuovi intermediari sul territorio, anche privati, come banche,  poste, reti terze. È ipotizzabile chiudere sportelli pubblici e spostare l’erogazione del servizio sia on line, sia presso strutture che per le loro caratteristiche siano funzionali e vicine al cittadino, riducendo i costi e aumentando la qualità percepita dagli utenti.
È un passaggio organizzativo e culturale piuttosto ovvio, se si pensa a come gli utenti stessi abbiano rivoluzionato intere fette di mercato passando dal fisico al digitale: la fruizione musicale e cinematografica, le prenotazioni di viaggi, di voli, di hotel, ecc.  Ovvio ma non ancora concluso, a giudicare dalla lentezza con cui le amministrazioni pubbliche accettano di modificare i propri modelli di funzionamento.
Il quarto, e forse più importante elemento di discontinuità, è quello che potremmo definire un “nuovo umanesimo” ed è legato al coinvolgimento attivo delle persone[5]. La pervasività della rete e la disponibilità di apparati sempre connessi, hanno reso possibile la nascita di nuove forme di partecipazione e influenza che nascono dal basso.  I cittadini sono oggi in grado di agire volontariamente e influenzare l’operato delle amministrazioni. Così come i fruitori di TripAdvisor si fanno condizionare consapevolmente dai commenti di altri utenti che già hanno sperimentato risorse ricettive, allo stesso modo gli abitanti della città possono dotarsi di strumenti di valutazione dei servizi pubblici, di segnalazione di problemi di degrado urbano, di monitoraggio ambientale.
Sono azioni in grado di incidere in misura potenzialmente rilevante sulle amministrazioni, sulle scelte politiche, sui comportamenti degli abitanti, sulla qualità della vita e dei servizi e durante le situazioni di emergenza. La nascita di queste iniziative dipende dall’intuizione e dalla creatività degli individui, ma da sole non sono sufficienti. Occorre creare massa critica e sostenere la popolazione locale affinché raggiunga un livello sufficiente di cultura digitale.  
L’amministrazione pubblica di una vera smart city stimola la presenza di questi fenomeni, si avvale della loro incisività, incoraggia le forme di auto-organizzazione e di resilienza che si sviluppano sui social media e nel territorio.



[1] Considerazioni più approfondite sulla definizione di smart city sono raccolte nell’e-book: “Il percorso verso la città intelligente”, Cittalia, luglio 2012, www.cittalia.it/images/file/Il%20percorso%20verso%20la%20citt%C3%A0%20intelligente-hyper.pdf
[2] “Our job in city government is to be urban mechanics – to fix the basics that make our neighborhoods work. But the truth is, today, our residents, our partners, ourselves —we are all urban mechanics.” -Mayor Thomas M. Menino – e con questa affermazione il sindaco ha avviato lo sviluppo di molteplici applicazioni mobile per coinvolgere i cittadini nella gestione delle funzioni urbane della città  http://www.newurbanmechanics.org/
[3] http://www.amsterdamsmartcity.com
[4] Non è un caso se proprio a Barcellona ha preso avvio l’iniziativa del City Protocol, un interessante percorso partecipativo che coinvolge decine di realtà da tutto il mondo unite nel desiderio di condividere una nuova scienza delle città e dotarsi di strumenti comuni di lavoro.  http://cityprotocol.org/index.html
[5] Su questi temi sono interessanti le considerazioni di Gigi Cogo in “La cittadinanza digitale. Nuove opportunità tra diritti e doveri”, Edizioni della Sera, 2010

Smart city: tecnologie intelligenti per le città o cittadini più intelligenti in città?


Sono fra gli assi portanti dell’Agenda Digitale del Governo Monti e uno dei temi di maggior interesse nel dibattito sul futuro del paese. Sono oggetto di importanti finanziamenti nazionali ed europei e stuzzicano l’interesse di amministrazioni ed imprese. Ma cosa caratterizza le smart city e come fa una città a diventare più “intelligente”?
Le città sono fatte da uomini e donne, in carne ed ossa, ma le smart city sono tali perché gli uomini e le donne che le popolano e le governano sono oggi in grado di accedere in modo diffuso a tecnologie che prima non c’erano.  Questo è uno straordinario elemento di discontinuità che definisce almeno parzialmente il termine. Se oggi possiamo pensare in termini di smart city è perché le strade e le case sono piene di oggetti più o meno intelligenti connessi a Internet o fra di loro: sensori, telefoni, oggetti, veicoli, ecc. E questa opportunità non è ristretta solo ai centri di ricerca, alle università, alle grandi aziende ICT. Anche un’amministrazione locale può impiantare, con investimenti contenuti, reti e servizi fino a pochi anni fa impensabili in termini di efficienza, grazie a soluzioni innovative e a portata di mano.  
Ciò non significa affermare che la smart city sia fatta di tecnologia, ma se vogliamo individuarne gli elementi identificativi, il fattore tecnologico è uno di quelli determinanti. Le città devono divenire un ambiente propizio per l’innovazione, la partecipazione dei cittadini, lo sviluppo delle imprese. I vari stakeholder possono contribuire con nuova forza grazie alla pervasività della rete e alla disponibilità di servizi e applicazioni.
La vera sfida è quindi integrare in modo efficace il nuovo “spazio digitale della città” - fatto di connettività e apparati, di capacità di calcolo e storage, di applicazioni verticali e servizi - con strumenti e soluzioni in grado di abilitare fattivamente quel civic empowerment che è la reale scommessa della città intelligente: quella dove la misura della smartness è data da una diversa percezione della qualità della vita, a cui gli stessi abitanti hanno contribuito con il loro agire quotidiano.
Gli assi di azione possono essere vari e coinvolgere tutti gli aspetti del vivere urbano: mobilità e trasporti, ambiente ed energia, qualità edilizia e dell’impianto urbanistico, economia,  capacità di attrazione di talenti e investimenti, partecipazione e coinvolgimento dei cittadini, salute e sistemi di teleassistenza, educazione.
In Italia e in Europa parecchie amministrazioni hanno iniziato a muoversi investendo in direzioni anche molto diverse fra loro. Vediamo sinteticamente alcuni casi esemplificativi, molti dei quali erano presenti a Bologna in occasione di Smart City Exhibition (29-31 ottobre 2012).
Genova ha già alle spalle parecchie azioni concrete riconducibili all’impostazione del progetto smart city: l’illuminazione del waterfront portuale e dell’acquario, gli edifici scolastici intelligenti, il Piano di Azione sulla Sostenibilità e per l’Energia. Inoltre si è recentemente aggiudicata i finanziamenti di tre bandi europei sul fronte energetico. Punto di forza della città è sicuramente l’aver dato vita all’associazione Genova Smart City, che unisce tutti gli stakeholder della città in uno sforzo comune di progettazione e condivisione strategica.
Il Comune di Bologna sta percorrendo le strade dell’open government e della trasparenza quali basi per lo sviluppo dell'innovazione urbana e degli strumenti di governo. Il disegno di Bologna come smart city è “social”, sostenibile e aperto al contributo creativo dei cittadini. Iperbole 2020, la nuova rete civica in costruzione, ha un ruolo fondamentale in questo processo. Il successo del percorso partecipato per la costruzione dell’Agenda Digitale Locale e la coerenza del piano strategico sono la cartina tornasole dell’impegno dell’amministrazione verso la creazione di una piattaforma condivisa per lo sviluppo della città.
L’Amministrazione comunale di Torino si è impegnata  a fondo sul fronte della sostenibilità e ha dato vita alla fondazione Torino Smart City che raccoglie tutti i principali attori locali. Accanto ai numerosi progetti di Smart City, votati a fare in modo che le tecnologie agevolino lo sviluppo urbano in una dimensione di eco-città, cresce anche la necessità di innovare gli stili di vita e i modelli formativo / educativi.
Anche a Reggio Emilia e a Firenze – fra i numerosi progetti in corso - si osserva una forte attenzione proprio rispetto al tema della “città educante”, considerata  uno dei pilastri per sostenere il lungo percorso verso la smart city.
In Europa, Barcellona, oggi una delle città più impegnate sul fronte Smart city, ha una storia di pianificazione molto lunga. Fra i tanti progetti, nel campo della mobilità è utile segnalare  LIVE , frutto  di un partenariato pubblico-privato per creare una piattaforma che fornisce supporto e promuove lo sviluppo della mobilità elettrica nella città e nell'area metropolitana di Barcellona, sperimentando così nuove soluzioni per migliorare la qualità dell’aria e della vita. Con questo progetto la città di Barcellona diventa Living Lab, laboratorio di sperimentazione di nuovi progetti pilota per testare soluzioni per la mobilità elettrica.
Già dal 2010 la città di Edimburgo, grazie all’approvazione del progetto The Smart City Vision, ha deciso di avviare iniziative mirate alla riorganizzazione della macchina amministrativa e alla ristrutturazione dei servizi sul territorio. Gli obiettivi del progetto sono legati al miglioramento della qualità della vita degli abitanti,  alla semplificazione delle procedure burocratiche, all’informatizzazione dei servizi.
Copenhagen ha già attuato da tempo politiche lungimiranti che prevedono la chiusura del centro storico alle automobili in favore di un piano di mobilità “slow”. La bicicletta diventa così il mezzo di trasporto principe per tutti i cittadini e, nel contempo, un nuovo “strumento” per la riduzione delle emissioni di CO2. Il cambio di mentalità proposto dall’amministrazione pubblica è stato accettato da tutti gli abitanti della città che hanno contribuito, con la loro conversione ad abitudini “sostenibili”, a rendere la capitale danese la città più “green” d’Europa. Ogni giorno, circa 150mila persone si recano a scuola o al lavoro con il “mezzo di trasporto ecologico”.
Amsterdam è forse la città europea che più ha spinto in questi anni sul fronte dell’abbattimento di CO2.  “The Climate Street” è l’ultimo progetto all’interno del vasto programma Amsterdam Smart City. Un ottimo mix di tecnologie e diffusione di cultura che ha coinvolto commercianti, cittadini, multiutility della distribuzione dell’energia insieme a piccole imprese per rendere più sostenibile da un punto di vista energetico lo spazio pubblico delle vie commerciali del centro, con l’obiettivo di una riduzione delle emissioni di CO2 della città di oltre 200 tonnellate l’anno e risparmi energetici per oltre il 40%.
Appare chiaro che nei prossimi anni saranno investiti parecchi soldi nelle città e da qualsivoglia prospettiva le si voglia guardare, le smart city sono una sfida. Per le amministrazioni locali significa dotarsi di una visione di medio - lungo termine, che vada oltre le scadenze elettorali e consenta pianificazione e coinvolgimento attivo di molteplici stakeholder. In tempo di crisi economica, servono nuove forme creative di finanziamento dei progetti che si basino sulle prospettive di risparmio ed efficienza. Gli amministratori devono accettare che sta cambiando il concetto di territorio comunemente inteso, a cui si affianca sempre di più uno spazio digitale altrettanto rilevante per i cittadini e per i servizi. Con l’introduzione di grandi infrastrutture tecnologiche per la gestione delle funzioni urbane, le città dovranno predisporsi per aumentare sempre di più la governabilità real time, cioè assumere decisioni in modo molto rapido sulla base di sistemi di analisi di grandi quantità di dati: qualità dell’aria, traffico, commenti dei cittadini, consumi, ecc.
Ma la sfida forse più ardua è la capacità di diffondere una nuova cultura digitale, che promuova la condivisione e la collaborazione, la nascita di community e la partecipazione attiva alla vita e alle decisioni che riguardano le città.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero speciale di E-Gov   autunno 2012

Smart city, dove i bit si fondono con gli atomi delle case e delle strade, ma gli uomini restano al timone

Le città e le aree urbane sono complessi ecosistemi che oggi si confrontano con immensi problemi in termini di sviluppo, inclusione, trasporti, clima, sicurezza, infrastrutture.
La crisi attuale non fa che acuire le difficoltà e molte realtà si trovano in una condizione di declino in termini di prospettive e, soprattutto, di qualità della vita percepita dagli abitanti.
La situazione nei piccoli insediamenti rurali o maggiormente decentrati non è migliore, con evidenti fenomeni d’invecchiamento della popolazione e declino economico.
Le città, che concentreranno sempre più la popolazione mondiale, rappresentano allo stesso tempo un catalizzatore di problemi ma anche di soluzioni e straordinarie opportunità abilitate da tecnologie fino a ieri solo immaginarie. Devono divenire un ambiente propizio per l’innovazione, la partecipazione dei cittadini, lo sviluppo delle imprese, che possono contribuire con nuova forza grazie alla pervasività della rete e alla disponibilità di servizi e applicazioni.
In un contesto dinamico come quello attuale, specie in termini di accesso diffuso alle tecnologie, è indispensabile comprendere come soluzioni legate ad una logica top down possano risultare limitative e addirittura controproducenti per le città.
Basti pensare a come, nel giro di pochi anni, Internet e i social media siano stati in grado di rivoluzionare in modo evidente alcuni presupposti del vivere umano: le relazioni, la ricerca del lavoro, l’accesso alle informazioni, la fruizione culturale, e così via.
Questi cambiamenti non sono avvenuti grazie ad una pianificazione calata dall’alto, bensì perché connessi ad intuizioni brillanti – nuove applicazioni o piattaforme – e ad una massa critica di user che, adottando queste soluzioni, ne ha decretato il successo e indirizzato gli sviluppi futuri. O ne ha causato il fallimento prematuro.
D’altro canto, la strada verso la smart city è fatta di pianificazione a medio - lungo termine, di standard adottati e condivisi, di visione infrastrutturale d’insieme.
La sfida è quindi integrare in modo efficace il nuovo “spazio digitale della città” - fatto di connettività e apparati, di capacità di calcolo e storage, di applicazioni verticali e servizi - con strumenti e soluzioni in grado di abilitare fattivamente quel civic empowerment che è la reale scommessa della città intelligente: quella dove la misura della smartness è data da una diversa percezione della qualità della vita, a cui gli stessi abitanti hanno contribuito con il loro agire quotidiano.
Definire cosa sia concretamente una smart city non è cosa semplice.  È un concetto indubbiamente utile per sostenere programmi di finanziamento e mobilitare intelligenze connettive. Ha l’indubbio vantaggio di possedere quasi “geneticamente” la capacità di stimolare la collaborazione fra ambiti professionali normalmente distanti fra loro.
Di certo interessi significativi  vi ruotano intorno, sostenuti dai produttori di tecnologie e dalla necessità di trovare una strada per i problemi delle città.
Ma non è un prodotto. È difficile pensare di poter acquistare la smart city pronta all’uso, perché ogni soluzione, per funzionare, non potrà che essere frutto di una governance inclusiva, di collaborazione con le imprese, di azioni di co-progettazione con gli utenti, i quali, oltretutto, sono gli unici che ne decreteranno o meno il successo.
Nella difficoltà a fornire una definizione precisa, meglio forse accettare che esistono tante smart city quanti sono coloro che intendono realizzarle – ricordare che ogni città è diversa dalle altre -  e ipotizzare invece una lettura forse più umile che presenti a grandi tratti le diverse prospettive con cui riconoscerle.

Mi nutro di Big Data[1]
Da alcuni anni la diffusione di reti wireless, sensori ed embedded system[2] ha reso disponibile un nuovo set di opportunità per il monitoraggio e il controllo automatizzato della città. Queste tecnologie sono pervasive, rendono misurabile il funzionamento del territorio e delle attività che lo animano. E soprattutto producono dati, una enorme quantità di dati.
La smart city è riconoscibile perché raccoglie, analizza ed estrae valore dalle informazioni, si dota di strumenti avanzati per processare grandi quantità di dati.

Ho partorito una nuova generazione di servizi
L’effetto dirompente del cosiddetto web 2.0 ha mutato completamente i comportamenti in rete e influenzato il mondo reale del commercio, delle relazioni, dei viaggi, della fruizione culturale, e tanto altro ancora. Anche le attività delle amministrazioni pubbliche ne sono state gradualmente influenzate,  sempre di più si osserva l’adozione di paradigmi del web 2.0 nella ridefinizione dei servizi erogati, fino a giungere a proposte dirompenti come la New Urban Mechanics di Boston[3] che propone applicazioni che trasferiscono ai cittadini una parte, seppur minima, della gestione delle attività urbane.
La smart city è riconoscibile perché adotta soluzioni di crowdsourcing[4], rende interattivi i siti web e genera valore sui propri canali grazie alla partecipazione degli utenti che ne migliorano la credibilità, l’affidabilità e la qualità complessiva. E soprattutto eroga gran parte dei suoi servizi digitalmente.

Sono percorsa da un nuovo umanesimo
La pervasività della rete, unita alla diffusione di device sempre connessi, hanno reso possibile la nascita di nuove forme di partecipazione e influenza che nascono dal basso. Sono azioni in grado di incidere fortemente sulle amministrazioni, sulle scelte politiche, sui comportamenti degli abitanti, sulla qualità della vita e dei servizi e durante le situazioni di emergenza. La scintilla che fa attivare queste iniziative è legata all’intuizione e alla creatività degli individui, ma da sola non è sufficiente. Occorre massa critica e che la popolazione locale possegga una cultura digitale sufficientemente approfondita.
La smart city è riconoscibile dalla presenza di questi fenomeni, dalla loro incisività, dall’attenzione che vi pongono le amministrazioni, dalle forme di auto-organizzazione che si sviluppano sui social media, specie nei momenti di crisi. La smart city vede nascere fenomeni di participatory sensing[5].

Sono curiosa di sapere cosa pensi
La competizione fra le città è un fenomeno noto e la storia è ricca di esempi vincenti e tristi casi di declino. La storia continua, ma nuovi indicatori sono sempre più importanti nel decretare le probabilità di successo.
Oggi la capacità di attrarre investimenti, talenti, intelligenze e visitatori è legata alle reti – non più solo fisiche ma anche digitali - con cui un territorio è connesso; dipende dalla qualità ambientale e climatica che riesce ad esprimere; è influenzata dalle prospettive occupazionali e dalla presenza di forme di sostegno alle giovani impresi; si misura anche con la cura che le istituzioni dedicano alla presenza online.
La smart city è riconoscibile dalla credibilità di cui gode in rete, dai rating delle attività commerciali e industriali, dalla  notorietà dei suoi prodotti materiali e immateriali, dalla disponibilità di banda larga e accessi a Internet.

Mi fido di te
Ci sono oggi tutti i presupposti tecnologici e normativi perché le attività  delle amministrazioni pubbliche siano interamente digitalizzate. In questa situazione, la storica presenza sul territorio degli sportelli pubblici non è più indispensabile. Se il servizio è digitalizzato vi si può accedere online, oppure tramite intermediari in grado di semplificare la vita all’utente o consentire un risparmio in termini di costi per le amministrazioni.
La smart city è riconoscibile perché ripensa in una logica multicanale le modalità con cui eroga i suoi servizi, riduce la propria presenza fisica per concentrare gli sforzi sulla qualità delle prestazioni e sulla capacità di interagire con i suoi abitanti.

Le mie porte sono aperte
La dottrina dell’open government è ormai diffusa in tutto il mondo, anche in Italia molte realtà stanno traendone spunti per il miglioramento della governance locale e una maggiore trasparenza dell’azione amministrativa.
La smart city si riconosce perché pratica l’open data e ispira la propria azione politica ai principi dell’open government: collaborazione, trasparenza, partecipazione.

Mi peso tutte le mattine
Una città che consuma più di quanto possa permettersi non è intelligente: suolo, energia, aria respirabile, acqua, salute e tempo dei suoi abitanti sono risorse che vanno preservate. Sono i fattori chiave che dovrebbero guidare le scelte degli amministratori.
La smart city si riconosce dalle politiche che attua concretamente sui diversi piani: è fattiva, non si ferma alle enunciazioni, si dota di strumenti di monitoraggio e supporto alle decisioni, condivide i risultati con i cittadini.

Conosco ogni angolo di me
La città deve essere in grado di conoscere ciò che accade  sul proprio territorio ai diversi livelli di operatività: mobilità, ambiente, economia, sicurezza, ecc. Il monitoraggio e la possibilità d’intervento sono garantiti dalla capacità di integrare insiemi di dati provenienti da fonti diversificate e di connetterli alla rappresentazione del territorio. Questa integrazione avviene sia fra i sistemi usati per la gestione delle funzioni istituzionali degli enti, sia fra sistemi di enti diversi.
La smart city si riconosce perché adotta infrastrutture per i dati territoriali che consentono di superare le specificità connesse all’origine del dato, per generare viste d’insieme in  grado di correlare entità diverse, utili per il controllo e la programmazione della città.
I data base delle istituzioni e delle utilities si trasformano in sistemi di monitoraggio e allerta in grado di misurare giorno per giorno le variazioni nella vita degli immobili, delle aziende, dell’ambiente, dei cittadini.

Mi piace esprimermi liberamente
Nel successo di una città, la cultura, la condivisione della conoscenza e l’innovazione hanno un ruolo strategico. Concedere spazio alla comunicazione, alla creatività, alle produzioni artistiche che vengono dal basso, crea le condizioni per la riqualificazione di aree urbane e la nascita di nuove economie dell’immateriale.
La smart city si riconosce per l’attenzione che dedica all’arte in tutte le sue forme, per la capacità di concepire modelli di fruizione anche digitale del patrimonio culturale e per gli investimenti che dedica al sostegno della creatività.

Penso anche a te[6]
La città vincente è inclusiva, cosmopolita, fisicamente e digitalmente accessibile. Per essere tale deve essere progettata in modo universale, pensata per agevolare la vita di categorie ampie di persone: stranieri, diversamente abili, visitatori, bambini, anziani, ecc.
La smart city si riconosce perché concepisce ambienti, servizi e prodotti in modo che siano accessibili a tutti e necessitino del minor numero possibile di adattamenti  per essere fruiti.

Pianifico il mio futuro
Una lettura attenta della propria storia e delle proprie vocazioni culturali ed economiche è alla base della scelte strategiche della città intelligente. Le esperienze di metropoli lontane possono essere di grande aiuto per stimolare la creatività dei progettisti ed evidenziare soluzioni innovative, ma è necessario individuare una via che valorizzi le specificità locali.
La smart city si riconosce perché pianifica il proprio sviluppo cercando di cogliere il territorio nella sua poliedrica interezza, ipotizzandone una gestione integrata e coordinata a tutti i livelli grazie al supporto delle tecnologie.
Da qualsivoglia prospettiva le si voglia guardare, le smart city sono una sfida.
Per le amministrazioni locali significa dotarsi di una visione di medio - lungo termine, che vada oltre le scadenze elettorali e consenta pianificazione e coinvolgimento attivo di molteplici stakeholder. Servono nuove forme low cost di finanziamento dei progetti anche in tempo di crisi, che si basino sulle prospettive di risparmio ed efficienza. Gli amministratori devono accettare che sta cambiando il concetto di territorio comunemente inteso, a cui si affianca sempre di più uno spazio digitale altrettanto rilevante per i cittadini e per i servizi. Con l’introduzione di grandi infrastrutture tecnologiche per la gestione delle funzioni urbane, le città dovranno predisporsi per aumentare sempre di più la governabilità real time, cioè assumere decisioni in modo molto rapido sulla base di sistemi di analisi di grandi quantità di dati: qualità dell’aria, traffico, commenti dei cittadini, consumi, ecc.
Ma la sfida forse più ardua è la capacità di diffondere una nuova cultura digitale, che promuova la condivisione e la collaborazione, la nascita di community e la partecipazione attiva alla vita e alle decisioni che riguardano le città.
Probabilmente smart city non è, oggi, un concetto pienamente reale. È forse più uno scenario futuro o, ancora meglio, una prospettiva di sviluppo che sottolinea come alcune tecnologie e la loro diffusione siano in grado di abilitare soluzioni efficaci e, soprattutto, di aiutare i cittadini a modellare attivamente la città che vivono. 

Questo articolo è stato pubblicato su “Il percorso verso la città intelligente” edito da Cittalia.

L'e-book completo “Il percorso verso la città intelligente” è scaricabile gratuitamente sul sito di Cittalia.



sabato 14 gennaio 2012

Amministrazione pubblica: è ancora utile avere un CED interno?

Articolo uscito il 14 gennaio 2012 su Tech Economy.

Oggi tutti sono convinti, almeno a parole, che l’ICT sia centrale per il processo d’innovazione dell’amministrazione pubblica. Qualche dubbio in più si rileva quando debbono essere definiti gli aspetti organizzativi dell’introduzione e gestione della tecnologia negli enti.
La domanda piuttosto brutale a cui cercheremo di fornire una risposta in questo articolo è quella che si stanno ponendo ormai da tempo parecchi direttori generali e amministratori: “Ha ancora senso che sia il personale del CED a gestire integralmente questi processi, oppure sarebbe più efficiente affidare alcune funzioni a fornitori esterni?”.
È utile ricordare che dal punto di vista finanziario, in generale, alla luce dei vincoli posti dal patto di stabilità, risulta più opportuno limitare gli investimenti interni e concedere tutto il possibile in outsourcing.
Le macro attività gestite normalmente dai sistemi informativi possono essere accorpate in due grandi categorie:
  1. sviluppo/manutenzione di applicazioni legacy che servono per il funzionamento dell’ente e di applicazioni web rivolte all’esterno (servizi on line);
  2. gestione dell’infrastruttura hardware e software, assistenza informatica, sicurezza, networking e trasmissione dati.
Premesso che il dimensionamento dell’ente e le competenze interne possedute sono determinanti per una decisione consapevole che può quindi mutare di caso in caso, alcune considerazioni generali possono essere condivise.

Sviluppo e manutenzione delle applicazioni sia legacy sia per i servizi on line
È oggi sempre più raro che le applicazioni vengano sviluppate da personale interno agli enti per molteplici motivi:
  • difficoltà a mantenersi al passo con gli sviluppi tecnologici del mercato;
  • limitatezza di risorse umane e professionalità;
  • difficoltà a curare la manutenzione e l’aggiornamento del software sviluppato;
  • necessità di connettere il software con molteplici applicativi anche di altri enti e produttori.
È sempre più frequente il ricorso a fornitori con cui si cerca di andare oltre il semplice acquisto di prodotti, nella direzione della costruzione di partnership che garantiscano non solo la manutenzione evolutiva ma anche la coerenza con un disegno strategico complessivo che deve essere governato in modo qualificato dall’interno dell’ente.

Le figure professionali devono evolvere
Si rende quindi necessario evolvere le figure professionali interne ai CED, da sviluppatori a system integrator in grado di eseguire sia il collaudo e la supervisione del codice, sia l’integrazione di sistemi di più vendor e di sistemi di più enti.
Altra evoluzione necessaria è quella da esperto di procedure a esperto di organizzazione per ridisegnare i processi dell’ente grazie alla tecnologia. Questa è forse la figura più rara in molti enti, per cui paradossalmente la leva per l’innovazione dei processi spesso è legata a modifiche alla normativa. In altri casi si basa sulla disponibilità di software grazie a qualche progetto di e-government. Raramente si parte da valutazioni di maggiore efficacia ed efficienza.
Occorre anche interrogarsi su quali siano le figure professionali più indicate per governare i rapporti con i fornitori esterni nelle diverse fasi: l’individuazione delle funzionalità necessarie; la gestione amministrativa della commessa; il collaudo; la verifica del codice sorgente; l’integrazione con eventuali sistemi di altri enti. Occorre spesso pianificare percorsi formativi adeguati che dotino il personale tecnico delle indispensabili competenze metodologiche e amministrative, e il personale amministrativo di una sufficiente visione complessiva degli aspetti tecnologici e di processo.

Dimensioni ed interoperabilità
In generale, anche se in termini teorici il rapporto con un grande vendor dovrebbe garantire vantaggi di sistema, ad esclusione degli enti più piccoli la prassi è quella di lavorare con fornitori molteplici in modo da poter scegliere volta per volta la soluzione migliore, anche se questo può comportare qualche problema d’integrazione in più.
Rispetto alla gestione dei servizi web, è opinione diffusa che almeno una parte delle competenze necessarie per poter intervenire celermente e con efficacia sui siti e i servizi on line istituzionali dovrebbero essere mantenute internamente. Si tratta infatti di una gestione in evoluzione che richiede personalizzazioni e aggiustamenti continui che sarebbe anti-economico richiedere ad un fornitore esterno. In pratica, è consigliabile preoccuparsi di mantenere le risorse interne capaci di intervenire con competenza e celerità sul content management system e sui siti web istituzionali.
Occorre infine non dimenticare il problema della gestione dell’interoperabilità con i molteplici sistemi regionali e nazionali che gradualmente tendono a sostituire o integrarsi con le applicazioni locali. Questi ambiti istituzionali richiedono la partecipazione a tavoli di coordinamento e ad altri di livello tecnico, ed è difficile immaginare una rappresentanza istituzionale a cura della sola azienda fornitrice.

La tabella che segue scompone l’attività di sviluppo e manutenzione di applicazioni e propone, in modo generico, quali azioni potrebbero essere facilmente delegate all’esterno.

Rilevazione delle esigenze dell’amministrazione Gestione interna
Studio di fattibilità / integrazione con altri enti Gestione interna
Raccolta e analisi dei requisiti outsourcing
Progettazione outsourcing
Project management Interno o outsourcing in base alle competenze disponibili
Sviluppo outsourcing
Validazione e collaudo Gestione interna
Avviamento / formazione outsourcing
Manutenzione a regime ed evolutiva outsourcing

Nel prossimo articolo saranno affrontati i temi dell’esternalizzazione dell’infrastruttura hardware e software, dell’assistenza informatica, della gestione di sicurezza, networking e trasmissione dati.


venerdì 23 dicembre 2011