mercoledì 9 aprile 2014

App della PA locale: usabilita’, strategie di marketing e dubbi

Di questi tempi si fa un gran parlare delle app della PA. Gli smartphone sono ormai ben diffusi, c’è una massa critica imponente anche in Italia, seppur non sempre competente, che incomincia a giustificare investimenti delle amministrazioni locali per applicazioni che eroghino servizi dedicati a cittadini e visitatori del territorio.
È probabilmente il momento giusto per realizzarle senza timore di fare la figura degli “innovatori” a caccia di gloria effimera (come quelle amministrazioni che investirono su Second Life, andando sui media senza mai incontrare alcun cittadino virtuale se non giornalisti curiosi…).
Le amministrazioni locali si trovano oggi nel mezzo di una tempesta di proposte e sollecitazioni.
C’è il fornitore di software che propone una app “già pronta” per visualizzare contenuti che già stanno dentro qualche applicativo o sul sito.
C’è l’azienda di servizi di comunicazione che propone una app per valorizzare il patrimonio storico-culturale della città, magari creando (costosi) contenuti multimediali appositi.
C’è l’assessore di turno che vorrebbe un’app specifica per promuovere qualche contenuto di nicchia, come le fontane o gli alberi esotici della città.
Ci sono i gruppi di cittadini che sollecitano applicazioni per visualizzare le piste ciclabili, i parchi, i sentieri per fare jogging, e così via.
Alcune scelte “strategiche” sono facili da assumere, su altri aspetti qualche dubbio rimane.
Partiamo dalle cose semplici.
Le scelte tecnologiche. Esse sono, come spesso accade, le più agevoli, perché è il mercato che le detta e in fondo è sufficiente tener d’occhio le statistiche d’uso dei vari sistemi operativi per avere le risposte che servono.
Le regole. È utile definire una policy interna all’ente rispetto allo sviluppo di nuove app. Ecco alcuni esempi di cose importanti da introdurre fra le policy:
  • per sviluppare qualunque tipo di app su qualsiasi argomento c’è un referente tecnico unico nell’ente, che gestisce il rapporto con gli app store delle diverse piattaforme e a cui devono fare riferimento gli sviluppatori;
  • le app dell’ente vengono distribuite con account ufficiali dell’amministrazione e non tramite quelli dei fornitori (in tal modo, oltre ad essere “ufficiali”,  sugli store sono raccolte e visualizzate insieme);
  • se le informazioni che vanno sull’app sono già presenti sul sito istituzionale, vanno prese da lì con opportuni accorgimenti tecnici – magari distribuendole come open data –  e così non si duplicano le informazioni;
  • qualunque contratto con sviluppatori di app deve prevedere un periodo minimo di aggiornamento del prodotto rispetto alle evoluzioni dei vari sistemi operativi e una stima dei costi successivi di manutenzione;
  • meglio definire una set minimo di immagine coordinata che renda riconoscibili le varie app.
Ci sono però altri aspetti su cui occorre riflettere, ed uno dei più controversi è legato alle funzionalità che dovrebbero contenere le app istituzionali delle PA locali.
Meglio un’applicazione unica factotum o tante piccole app specifiche per i diversi servizi?
Cosa sarebbe consigliabile in termini di usabilità? Mettere tutto in una sola scatola?
Forse sì, da un lato, perché il cittadino ci troverebbe ogni cosa. E sarebbe molto più facile promuovere un solo prodotto: “Scarica YouBengodi e troverai tutto della tua città…”
Ma come sarebbero i menù di una simile applicazione?
Infiniti come quelli dei siti web istituzionali, ovvero assai poco usabili.
Per non parlare della complessità tecnica, che costringerebbe a complicati interfacciamenti con applicativi spesso assai diversi tra loro: pagare, prenotare, visualizzare, segnalare, ascoltare, scaricare …
E se a scaricare la app fosse un turista invece di un cittadino?
Probabilmente la metà delle voci sarebbero superflue o svianti.
Probabilmente la regola “Una app che faccia bene e semplicemente una sola funzione” resta in molti casi piuttosto interessante. O quantomeno che risponda a bisogni specifici, come:
  • visitare la città
  • vivere in città
  • muoversi in città
  • partecipare alla vita amministrativa e politica
La scorsa settimana, parlando di questi temi con i colleghi di una piccola città tedesca –  Halberstadt – mi hanno proposto una prospettiva interessante.
La loro app istituzionale è una di quelle all in one.  Ci si fa di tutto, dal prenotare gli alberghi a investire nel territorio comprando case, fino a segnalare guasti urbani. Gli ho chiesto se non fosse troppo complicata per i cittadini e troppo difficile da realizzare.
Alla prima domanda la risposta è stata elementare: ai tedeschi piace avere tutto sotto controllo…
Alla seconda è giunta l’illuminazione. Se i siti web che erogano i servizi interattivi sono realizzati con un layout che si adatta agli schermi dei dispositivi mobili, non serve sviluppare tante app specifiche, basta mettere un link nella app ufficiale.
Che i tedeschi abbiano ragione? Il dibattito è aperto.

Questo articolo è stato pubblicato su Pionero

lunedì 10 febbraio 2014

In Australia alla ricerca delle smart city

Viaggio alla scoperta dei motivi che rendono le città australiane fra i luoghi più vivibili del pianeta

Vari studi e classifiche posizionano le metropoli australiane ai primi posti nel mondo in termini di vivibilità[1].
Abbiamo esplorato questa terra lontana durante l’estate australe, con un assetto da famiglia in vacanza, accompagnati però da una “insider” italiana che vive attualmente nel paese e che ci ha fatto osservare molti aspetti della vita di tutti i giorni che altrimenti sarebbero sfuggiti.
Le tappe del nostro viaggio, che ha toccato tre stati e città di diverse dimensioni, saranno la traccia per le nostre considerazioni.

Il nord est del Queensland

Iniziamo il nostro viaggio dalla zona tropicale dell’Australia, atterrando a Cairns e spostandoci immediatamente a Port Douglas che sarà il punto di partenza per l’esplorazione di questa zona.
Il nord est del Queensland è noto soprattutto per la presenza della Great Barrier Reef[2] - che protegge per migliaia di chilometri la costa creando un ambiente marino straordinario – e per la Tropical Rainforest[3], una regione che ospita animali rari e piuttosto curiosi.
Le città della zona vivono di turismo e agricoltura.
Port Douglas è una splendida cittadina di 5000 anime con una forte vocazione turistica e un porto che ospita decine di barche che portano sulla barriera corallina.
La prima cosa che colpisce è l’attenzione alla cura dello spazio pubblico. La grande Four Mile Beach, una lingua di spiaggia libera lunga più di sei chilometri senza alcuno stabilimento balneare, è attrezzata con puntuali postazioni che avvertono della presenza di animali pericolosi e mettono a disposizione il liquido per intervenire immediatamente nel caso si venga urticati dalle meduse. Nella zona centrale della spiaggia, vicino alla cittadina, ci sono i bar circondati da grandi prati ben curati, i bagni pubblici, le fontane con l’acqua potabile e le docce, oltre alle torrette dei bagnini. Apprezziamo il servizio, completamente gratuito, convinti che sia una caratteristica del piccolo paese turistico.
Scopriremo invece che tutte le spiagge australiane, anche quelle in città, sono libere e hanno un efficiente servizio di soccorso che viene insegnato nelle scuole. Spesso le aree circostanti sono corredate di tavoli all’ombra e panchine. È più difficile trovare una birra – le restrizioni sull’alcool sono piuttosto rigide nel paese – che una toilette o un sorso d’acqua fresca e filtrata.
Durante il nostro soggiorno visitiamo varie case di residenti, tutte immerse in una rigogliosa natura tropicale, scoprendo che le porte delle abitazioni vengono chiuse raramente a chiave e le serrature praticamente non esistono. Le protezioni ci sono - grandi zanzariere per gli insetti e robuste staccionate contro i coccodrilli per le case vicino all’acqua (!) - ma nulla contro i ladri. Il fenomeno è sconosciuto o quasi.
I locali si muovono prevalentemente in auto, i ragazzi sotto i 16 anni in bicicletta con il casco obbligatorio per tutti, moto e scooter sono misteriosamente inesistenti, nonostante il clima tropicale durante tutto l’anno.
Alloggiamo in un piccolo resort vicino al porto, immerso nel verde. La struttura è smoke free dentro e fuori, ci si muove a piede nudi, come peraltro in tutte le case che abbiamo visitato.
Usciti da Port Douglas, che è bella e curata con la sua atmosfera coloniale, le cittadine che s’incontrano nella zona sono tutte costruite intorno alla strada principale, lunghe strisce di negozi, bar, pub e ristoranti delle diverse cucine etniche, senza un centro storico e tantomeno un punto di aggregazione in evidenza come una piazza o una chiesa. Sono luoghi ordinati ma anonimi, presenti in tutti gli stati che abbiamo visitato, che agli occhi di un europeo sembrano senz’anima e senza attrattività. Per la strada, anche nei luoghi più piccoli, s’incontra gente di tutti i colori, le etnie e le caratteristiche fisiche.

Melbourne e il Victoria

Dalla foresta pluviale ai pinguini[4], lo shock climatico è notevole quando atterriamo a Melbourne dopo poco più di 3 ore di volo. La regione è contraddistinta da un forte variabilità termica e noi capitiamo in un periodo “polare”. Un paio di giorni dopo il nostro rientro in Italia una ondata di calore porterà invece più di 40° in città.
La prima sorpresa sono i mezzi pubblici. È talmente costoso, per quattro persone, prendere i bus per raggiungere la casa affittata in città, che risulta più conveniente noleggiare la macchina per tutti gli otto giorni che trascorreremo esplorando il Victoria.
Per salire sui mezzi del trasporto urbano occorre acquistare per 14 dollari la “Myki”[5], una tessera ricaricabile da cui saranno scalati, a caro prezzo, i consumi. L’unica eccezione è il City Circle Tram, una linea gratuita dedicata ai turisti che effettua un percorso circolare nei due sensi intorno al business district. I mezzi sono d’epoca, con gli arredi ancora in legno e velocità da passeggio.
Una volta deciso, a malincuore, di muoverci in auto, scopriremo che nelle città australiane i parcheggi, oltre ad avere regole complicate da comprendere, sono anche piuttosto costosi. Per fare un esempio, visitare il museo di Melbourne lasciando l’auto nel suo comodo garage sotterraneo, costa 35 dollari oltre al biglietto d’ingresso. Che è nulla in confronto ai parcheggi del centro di Sydney dove i prezzi per una giornata di sosta possono arrivare a 85 dollari.
In verità, una volta capito che occorre selezionare con cura dove parcheggiare, circolare in auto a Melbourne risulta piuttosto semplice e veloce visto che le strade sono ampie e normalmente poco trafficate. Inoltre, per raggiungere parchi naturali e spiagge non si sono alternative migliori. Nonostante il traffico irrisorio rispetto alle città italiane, i guidatori locali sono piuttosto nevrotici, suonano spesso il clacson, anche se una macchina va piano in salita (!), e non perdonano alcuna indecisione alla guida. La cartellonistica stradale australiana è tutt’altro che smart, le indicazioni sono poche e spesso contraddittorie. Uno smartphone con Google Maps è un’ottima soluzione per muoversi in sicurezza.
A Melbourne non c’e’ la metropolitana ma è presente un’ampia rete di tram, che però si muovono sulle strade senza corsie preferenziali. Ciò li rende lenti, soggetti al traffico e piuttosto pericolosi per chi guida.
Ci sono parecchie piste ciclabili e il fiume è circondato da un’area verde che miscela piacevolmente le arterie principali del trasporto con la possibilità di fare sport e rilassarsi nel cuore della città. La cosa che colpisce maggiormente di questa metropoli è l’attenzione a rendere gradevole e fruibile lo spazio pubblico. Ci sono ampi parchi, giardini e aree attrezzate per fare sport senza costi, persino piccole palestre a cielo aperto liberamente fruibili. Il centro nevralgico della città è la nuova Federation Square[6], posta all’ingresso del Business District accanto al fiume e alla stazione ferroviaria. Si tratta di un bell’esempio di architettura contemporanea che punta a rendere accessibile e polifunzionale uno spazio dove si trovano, su vari livelli, uffici, centro civico, bar, ristoranti e il grande centro informazioni turistiche.
Una delle cose più curiose della piazza sono i dispenser da cui si possono estrarre, gratuitamente, sdraie e sedie da regista per rilassarsi sotto agli ombrelloni e magari connettersi alla rete wi fi. La sera le strutture vengono ritirate e l’area diventa un importante punto di aggregazione. Con quest’opera, edificata nel 2002, la città si è data un centro di gravità, cosa che la contraddistingue per esempio da Sydney dove, nonostante la modernità degli edifici del CBD, si stenta a percepire quale sia il centro nevralgico.
A Melbourne, e in Australia in genere, tutti i semafori sono anche acustici, c’è molta attenzione alle barriere architettoniche e al rispetto per le regole di comune convivenza. Ogni area verde, anche la più piccola, è dotata di fontane e toilette, sempre aperte, pulite e fornite di carta. Sono rare le scritte sui muri e tutti quei fenomeni di micro vandalismo che caratterizzano molte realtà italiane ed europee.
I fumatori sono mosche bianche, i posacenere praticamente non esistono anche perché fumare è vietato quasi ovunque, spesso anche all’aperto.
Girare per le città trasmette una piacevole sensazione di sicurezza e tranquillità, la polizia è invisibile, rara da incontrare e sempre con atteggiamento amichevole.
Trascorriamo anche il Capodanno in città, una festa alcool free con migliaia di persone, compresi anziani e bambini, concentrate nella zona di Federation Square per assistere ai fuochi d’artificio che qui vengono sparati in modo sincronizzato dai tetti dei grattacieli più alti, uno spettacolo inusuale e affascinante. Per l’occasione il sistema del trasporto pubblico viene sospeso in tutta l’area centrale e ancora una volta l’auto si rivela il mezzo di trasporto ottimale insieme alle biciclette.
A Melbourne alloggiamo nell’animata zona di Chapel Street, in una casa affittata tramite Air Bnb. Il proprietario è in vacanza quando noi arriviamo e ci ha indicato che troveremo la chiave sotto ad un vaso all’ingresso. Anche qui scopriamo che le porte delle case non hanno serrature o chiavistelli, si lasciano praticamente semi-aperte con il solo “scrocco”.
Dopo aver esplorato la città e la baia che la circonda, partiamo alla scoperta della Great Ocean Road[7], una strada di incredibile valore paesaggistico che alterna scogliere maestose, parchi naturali e spiagge popolate da surfisti. I quasi 300 chilometri da Torquay a Port Fairy sono puntellati di splendidi lookout, comodi parcheggi ben segnalati con terrazze panoramiche in legno - spesso attrezzate per essere accessibili anche ai disabili - che consentono di godere del paesaggio senza arrischiarsi sulle rocce franose. L’ambiente viene rispettato, regolamentato con puntuali cartelli , ma al tempo stesso reso fruibile, non negato come spesso accade nelle riserve italiane dove intere isole vengono chiuse ai comuni cittadini.
Le scogliere della Great Ocean Road sono splendide, ma viene da chiedersi cosa potrebbero essere, se curate allo stesso modo, le Cinque Terre o la Costiera Amalfitana. O, se si potessero vedere, le coste di Montecristo e della Gorgona.

Sydney e il New South Wales

Sydney è una città costruita sull’acqua fra gli intricati fiordi che ne contraddistinguono la costa. Così anche noi decidiamo di privilegiare il mare rispetto alla vita mondana e affittiamo, sempre con Air Bnb, una casa sulla scogliera che circonda Maroubra Beach, zona residenziale con una delle spiagge mitiche per il surf. La proprietaria è in India e ci indica telematicamente che troveremo la chiave per lo “scrocco”, come al solito, sotto ad un arredo da giardino.
Ad un centinaio di metri da casa scopriamo una delle cose più affascinanti di tutto il nostro viaggio, le piscine oceaniche.
Il mare costantemente mosso e importanti flussi di marea consentono infatti di ottenere piscine “naturali” chiudendo con piccoli muri tratti di scogliera e mantenendo un costante ricambio d’acqua, gelida.
Queste vasche, grandi mediamente una trentina di metri e presenti in molte baie della zona, consentono di nuotare e fare il bagno senza pericolo. Sono sempre ben attrezzate, con docce, bagni, spazi per rilassarsi sulle rocce. Naturalmente sono libere. Una volta alla settimana l’amministrazione locale le pulisce all’alba con mezzi appositi per eliminare eventuali alghe e animali indesiderati.
La nuotata appena alzati, nell’acqua gelida, con le onde dell’oceano che entrano schiumando nella vasca, insieme agli abitanti multicolore del quartiere, sarà una delle esperienze più indelebili dell’intero viaggio.
Sydney è sterminata. I quattro milioni e mezzo di abitanti sono sparpagliati in una distesa infinita di casette basse che si rompe solo nel business district dove spiccano i grattacieli che fanno da sfondo all’Opera House. La città, vista con gli occhi del visitatore, sembra non avere un piano regolatore, le strade non sono mai dritte, comprese le superstrade, i semafori sono un’ossessione. Nel New South Wales probabilmente c’è una legge che vieta le rotatorie, alcuni tratti di strada extraurbana sfiorano il ridicolo: nei 40 chilometri che separano l’Harbour Bridge da Palm Beach abbiamo contato 58 semafori.
La zona fra The Rocks, il primo insediamento europeo nel 1788, e il Business Distict è elegante, animata e piacevole da visitare, ma ciò che colpisce di Sydney sono le spiagge. A nord e a sud della città è tutto un susseguirsi di falesie e splendide spiagge[8], sempre libere, perfettamente curate e con un attento servizio di assistenza pronto a intervenire se qualche bagnante si avventura troppo fra i marosi. Il mare è puntellato di surfisti che sfidano le onde.
Le baie della costa sud sono collegate fra di loro da 6 chilometri di piacevole sentiero sulla scogliera che nel week end si popola di centinaia di podisti. Alle spalle delle spiagge ci sono i prati inglesi su cui sdraiarsi, tavoli all’ombra per i pic nic e piccoli bar.
Questa è la dimensione della vivibilità delle città australiane che più ci ha colpito. Eravamo partiti alla ricerca di soluzioni, illusi di scovare tecnologie moderne e innovativi sistemi per rendere più smart le nostre città.
Abbiamo invece scoperto che collegarsi a Internet in Australia è una fatica enorme, e se non avessimo avuto la bella idea di acquistare una sim locale avremmo speso una fortuna o saremmo probabilmente rimasti sconnessi con il mondo per tre settimane. I luoghi pubblici coperti da wi fi non sono più numerosi di quelli italiani e di frequente le reti funzionano a singhiozzo. Negli hotel i prezzi per connettersi sono spesso elevati, nel resort di Port Douglas il wi fi costava 18 dollari al giorno.
I trasporti pubblici sono costosi e lenti, seppur capillari, non ci sono le metropolitane e muoversi in auto è faticoso per i troppi semafori e costoso per i parcheggi.
La smartness australiana che abbiamo percepito noi si concentra intorno a due concetti chiave: civiltà e rispetto per l’ambiente. In queste città si vive bene, ci si sente sicuri in mezzo alle etnie più disparate, si vive il territorio appieno godendo di straordinari spazi pubblici che sono il motore attorno a cui ruota la vita e la serenità di questi luoghi.
Purtroppo sono cose che si comprano, o si apprendono, con fatica. Molta fatica.

Melbourne Smart City

La città è ritenuta una della metropoli più verdi dell’Asia-Pacifico[9], è in testa alla classifica delle città più vivibili del mondo redatta dall’Economist Intelligence Unit[10] nel 2013, un ranking che valuta la capacità di un territorio di rispondere alle esigenze essenziali per un buon stile di vita, misurando la stabilità, i servizi sanitari, la disponibilità di beni e servizi, la sicurezza personale, la qualità delle infrastrutture, l’offerta educativa e culturale, l’attenzione all’ambiente.
Il tetto del Victoria Market, il grande mercato della città, ospita dal 2003 un imponente impianto fotovoltaico.
A conferma dell’impegno sulle tematiche ambientali, nel 2010 è stato lanciato il 1200 Building Program[11] che si propone di incentivare il retrofitting dei principali edifici, dirottando due miliardi di dollari di investimenti privati in tecnologie green e creando nuovi posti di lavoro.

Sydney Smart City

Quando la città ospitò i giochi olimpici nel 2000, fu una delle prime a usare le risorse economiche e l’attenzione dei media quali opportunità per rendere più verde il territorio. Il villaggio olimpico è ancora oggi un ottimo esempio di spazio green che ha ispirato i progetti successivi di Londra e Vancouver.
Oggi la città sta sperimentando varie azioni in logica smart, specie nell’ambito del progetto SmartGridSmartCity[12] che prevede la sperimentazione di soluzioni tecnologiche per le case, per la gestione dei rifiuti e per la ricarica dei veicoli elettrici.
Sydney si trova al settimo posto della classifica delle città più vivibili del mondo dell’Economist Intelligence Unit.

Le immagini che accompagnano l’articolo sono disponibili su Flickr al seguente link.

Questo articolo è stato pubblicato su www.smartinnovation.it

giovedì 19 dicembre 2013

La Smart City al servizio del cittadino

Quando qualche tempo or sono si iniziò a parlare di smart city, alla luce dell’importante azione di marketing messa in atto da alcuni grossi attori del settore ICT, molti pensarono che questo termine e l’hype che lo accompagnava si sarebbero presto esauriti come una moda passeggera. Osservando ciò che sta accadendo in gran parte delle città del mondo, è lecito pensare che sentiremo parlare ancora a lungo di smart city, spesso con accezioni ben lontane dalle futuristiche promesse ipertecnologiche della prima ora.

Oggi, come spesso afferma nelle sue presentazioni Jarmo Eskelinen[i], uno degli innovatori europei in questo settore, le città di dividono in tre grandi categorie:
  1. le tech city, come Masdar[ii], Songdo[iii], e forse anche Singapore, che propongono soluzioni con una forte caratterizzazione tecnologica ed efficientista, spesso agevolate dalla possibilità di costruire infrastrutture su terreni vergini e senza particolari vincoli preesistenti; 
  2. le retrofit city, come Amsterdam, Helsinki, Barcellona, gran parte delle città italiane, dove l’innovazione tecnologica e quella sociale devono convivere con infrastrutture spesso obsolete e la storia, la cultura e i legami di un passato che non possono essere cancellati, semmai valorizzati; 
  3. le chaos city, tipiche dei paese del terzo mondo, ma non solo, dove le infrastrutture non ci sono o sono insufficienti e regna il disordine.

In tutte, indifferentemente, è presente un problema di interoperabilità fra le molteplici applicazioni verticali che giorno dopo giorno le stanno popolando con strati di software, sensori e device di vario genere mentre mancano linguaggi e standard comuni e generalizzati.
In tutte, indifferentemente, a fianco della pulsione tecno-efficientista, sta prendendo piede un movimento che invece nasce dal basso e affronta i problemi urbani avvalendosi non solo delle tecnologie ma sopratutto della capacità di coinvolgere gli abitanti grazie alle stesse tecnologie. È il lato “human” della Smart City, con cui tutte le città stanno iniziando a fare i conti[iv].

Che siano costruite da zero, vecchie signore a volte decadenti o degradati ammassi informi, città in tutti i continenti hanno però compreso che questa straordinaria tecnologia così diffusa non solo sul territorio ma fra gli abitanti è in grado di dare un impulso decisivo all’evoluzione delle forme del vivere urbano, alle modalità di erogazione dei servizi essenziali, all’efficienza di esercizio delle funzioni elementari. A patto che si riescano a fare cambiamenti radicali su molteplici piani.
Cambia la prospettiva geografica con cui si disegna lo spazio urbano. I danni irreparabili dell’urban sprowl sono noti e prendono piede concept della città ben più stimolanti della villetta a schiera a un’ora d’auto dal centro storico. I modelli sono vari ma la sostanza non cambia, dalla “Twenty minutes walkable city” di cui parla Kent Larson[v] del MIT di Boston, una città fatta di tante micro città dove tutti i servizi essenziali sono raggiungibili camminando una ventina di minuti, alla “Città fatta di quartieri a velocità umana dentro ad una metropoli iperconnessa a zero emissioni”, ovvero la Barcellona immaginata dal suo architetto capo Vicente Guallart[vi]. Il quale introduce un altro concetto interessante, la variabile tempo nella progettazione dello spazio urbano. Strade che nei giorni feriali servono al traffico e poi si trasformano nel week end in aree pedonali dove non solo si cammina ma possono svolgersi delle attività. È incredibile vedere cosa accade a Quito, in Equador, la domenica mattina, quando uno degli assi stradali principali che attraversa longitudinalmente la città viene chiuso al traffico e questa specie di autostrada, da caotico serpentone di auto incolonnate si trasforma in una colorato andirivieni di biciclette di ogni forma e prestazione, monumento vivente della riappropriazione dello spazio da parte dei cittadini e dell’iniziativa imprenditoriale[vii]. A lato della strada spuntano infatti come funghi punti di gonfiaggio e assistenza, noleggi, banchetti di ristoro. È lo spazio urbano che diviene community asset variamente fruibile.

Cambiano i fondamentali economici della città, scossa dalla sharing economy e che diviene – come sostiene Esteve Almirall[viii] nelle sue lezioni - piattaforma per un “real time everything”. È la città on demand in ogni suo componente.
  • La casa e gli uffici, sempre più adattabili negli arredi, negli spazi, nelle funzioni, grazie a tecnologie, materiali innovativi e concetti diversi del vivere e lavorare. Spazi che mai come prima sono flessibili (co-working), affittabili (AirBNB[ix]), produttivi (3D printing, Fab Lab[x]).
  • La mobilità sempre più on demand, grazie a forme di sharing, di noleggio[xi] e a soluzioni di social innovation che consentono di condividere viaggi, esperienze, costi[xii].
  • Il rapporto fra cittadini e amministrazione, che viene ribaltato nelle fondamenta dalle opportunità partecipative offerte dalle nuove tecnologie. È la Boston di “Adopt a whatever”, dove la dottrina della New Urban Mechanics[xiii] porta i cittadini a farsi carico di funzioni che prima erano (mal) gestite dall’amministrazione.
Strano ma vero, i cittadini sono disposti a fare da soli in modalità self service quello che prima altri facevano per loro. D’altra parte, non è esattamente ciò che fan tutti quando attivano il proprio home banking?

Ecco allora che cambia anche il ruolo delle amministrazioni pubbliche, le quali da “service provider” sono costrette a divenire “ecosystem manager” di un ambiente dove si riducono sempre di più le relazioni gerarchiche verticali a vantaggio di network dove le relazioni sono bidirezionali, dinamiche e spesso continuamente ridefinite. Anche qui occorrono cambiamenti.
  • Il comportamento interno alle amministrazioni, che deve aprirsi al confronto continuo con la città e introdurre una “variabile innovazione” costante.
  • Le relazioni, che devono essere sempre più fluide e facilitate fra i molteplici stakeholder del territorio.
  • L’accesso alle risorse, per condividere i tools necessari alla costruzione della smart city: prima di tutto i dati (open data) e la conoscenza (open innovation).
Non serve solo tecnologia, serve soprattutto una nuova attitudine delle amministrazioni comunali per superare gli ostacoli nella realizzazione della smart city, primi fra tutti la politica che si dimentica della partecipazione e la tech founded innovation, quella tecnologia “invasiva” che non risponde ai reali bisogni del territorio o che introduce soluzioni che non si integrano con il sistema pre-esistente.
La verità è che “Trust is not an app”, la fiducia non si ottiene facilmente come un’applicazione,   bisogna lavorare nel tempo e duramente per costruire una smart city a misura d’uomo e forse il modello migliore per operare è ancora una volta ritornare a lavorare a livello di quartieri, di realtà territoriali piccole ma coerenti per sperimentare le soluzioni in modalità Living Labs[xiv] e iniziare a (ri)costruire quella stima reciproca fra gli attori del territorio che spesso si è persa nel tempo e nell’inefficienza.

Questo articolo è la prefazione alla pubblicazione  "La Smart City al servizio del cittadino. La Call for papers di smart city exhibition 2013"pubblicato a dicembre 2013

Vai alla pubblicazione


[i] Jarmo Elukka Eskelinen è il Presidente dello European Network of Living Labs e il direttore di Forum Virium Helsinki, l’agenzia pubblica che si occupa di innovazione nell’area metropolitana di Helsinki. Il suo lavoro si concentra sui diversi ambiti dell’innovazione nella amministrazione pubblica e nei servizi. Un esempio può essere visto in questo video: http://vimeo.com/50355181
[iv] Il concetto di Human Smart City è stato sviluppato per la prima volta nell’ambito del progetto europeo Peripheria e ha portato alla realizzazione della pubblicazione : “Human Smart City Cookbook”, scaricabile dal sito del progetto: http://peripheria.eu/library/human-smart-cities-cookbook
[v] Kent Larson dirige il Media Lab’s Changing places group del MIT. È anche il direttore del House research consortium della Scuola di Architettura e Planning. Il suo lavoro si concentra in particolare sulla città responsiva, dove case, uffici, spazi pubblici si adattano grazie alle tecnologia alle esigenze delle persone. Un esempio del suo lavoro è descritto in un suo recente TED talk: http://www.youtube.com/watch?v=70VZ1_Oz_nc
[vi] Vicente Guallart è l’architetto capo di Barcellona ed uno dei fondatori della City Protocol Society. I suoi lavori lo hanno portato a sviluppare il concetto di city anatomy e di edifici autosufficienti. Alcuni esempi dei suoi lavori sono visibili in questo Ted Talk: http://www.youtube.com/watch?v=WGozbiymBZc oppure nel suo intervento a Smart City Exhibition: http://www.youtube.com/watch?v=-wLgVoTepP0
[vii] Il Quito Ciclopaseo è una iniziativa nata nel 2003 che prevede di riservare a biciclette e pedoni 30 km di strade tutte le domeniche dalle 8 alle 14. http://en.wikipedia.org/wiki/Ciclopaseo_in_Quito,_Ecuador
[viii] Esteve Almirall è professore alla ESADE university di Barcellona e il suo lavoro si concentra in particolare sul concetto di Open Innovation nel settore pubblico e nel ruolo che in esso possono avere gli open data. Un esempio del suo lavoro può essere visto in questo intervento a Res Publica 2013: http://www.youtube.com/watch?v=1u1x3d8fVPE
[x] I Fab Lab – fabrication laboratory – sono laboratori in piccola scala che offrono la possibilità di condividere l’uso di stampanti tridimensionali e altre apparecchiature digitali per la prototipazione e la realizzazione di artefatti. La rete dei Fab Lab è stata avviata dal MIT. http://en.wikipedia.org/wiki/Fab_lab
[xi] Un buon esempio di noleggio on demand è http://www.zipcar.com/
[xii] Un buon esempio di condivisione dei viaggi è Bla Bla Car: http://www.blablacar.it
[xiii] La New Urban Mechanics è un modello innovativo di approccio ai servizi e alla partecipazione nelle città lanciata dalle città di Boston e Philadelphia. http://www.newurbanmechanics.org/

La mia presentazione alla conferenza delle citta digitali Ispano Americane di Quito - Settembre 2013

venerdì 12 luglio 2013

Il paradigma smart city

Pubblicazione che raccoglie i risultati della prima edizione di Smart City Exhibition, scritta insieme ad Andrea Mochi Sismondi

lunedì 4 marzo 2013

Smart vision: cosa può insegnare l’esempio di Santander alle città italiane

Santander è uno dei casi più interessanti di smart city attualmente disponibile in Europa.
Durante la prima edizione di Smart City Exhibition abbiamo ospitato il suo sindaco, Iñigo de la Serna, primo sponsor del progetto. È possibile seguire la registrazione video del suo intervento e leggere l’intervista che ci ha rilasciato in preparazione dell’evento.
In vista della nuova edizione (16-18 ottobre 2013) della manifestazione e della sessione sulle Smart City che si terrà il 29 maggio 2013 durante FORUM PA, abbiamo ritenuto importante approfondire alcuni aspetti importanti dell’azione di questa amministrazione. Grazie alla collaborazione con Pablo Sanchez Chillon[1], un grande esperto internazionale che collabora al programma scientifico della manifestazione, abbiamo incontrato nuovamente il sindaco con l’obiettivo di individuare alcuni elementi decisivi che potrebbero ispirare l’azione delle città italiane.
I progetti  di Santander non nascono per caso. A inizio legislatura l’amministrazione ha sviluppato un piano strategico che ha disegnato il modello della città del futuro, con una proiezione a vent’anni, consapevole della forte competizione con le città vicine e le realtà europee delle medesime dimensioni.  Gli assi portanti del piano strategico sono l’innovazione tecnologica, l’attenzione all’internazionalizzazione della città, l’investimento nella dimensione culturale del territorio.
I pilastri definiti nel piano strategico hanno dato vita ad un percorso partecipativo che ha portato a definire il Piano di Innovazione locale, le cui azioni sono state condivise con le istituzioni, l’università, le imprese e la società civile, tutti attori coinvolti come protagonisti nei progetti, come il nuovo Centro Culturale che coinvolge le fondazioni locali o il Parco Tecnologico che vede la partecipazione dell’università.
Uno degli aspetti fondanti di questo percorso è la consapevolezza che per pensare in grande occorre una visione che vada oltre i limiti temporali della legislatura, quindi l’intento di De La Serna è ottenere un livello di consenso molto ampio sui progetti, in modo che possano durare nel tempo anche dopo la fine del suo mandato.
Con questo prospettiva alle spalle, l’amministrazione è in grado di indirizzare e selezionare i progetti innovativi in modo che vadano tutti a contribuire al medesimo disegno e si rafforzino a vicenda: le singole applicazioni; i percorsi di formazione a tutti i livelli; le strutture e le tecnologie abilitanti.
Rispetto alla smart city, il progetto base mira a sperimentare  una grande rete di 12.000 oggetti connessi e sensori che controllano sicurezza, aree verdi, illuminazione, meteo, rumore, irrigazione, parcheggi, mobilità, ecc.
A fianco di questa rete fissa c’è una rete di sensori mobili installati sui veicoli del trasporto pubblico, sui taxi e sui mezzi della polizia.
A ciò si aggiunge la dimensione del “sensado partecipativo” che presuppone invece che siano gli stessi cittadini  a prestarsi volontariamente per divenire sensori semoventi sul territorio grazie agli smart phone e ad applicazioni dedicate.
Questa straordinaria piattaforma tecnologica, finanziata grazie a vari programmi europei, offre oggi un’importante opportunità di sperimentazione per le aziende. Ed è in questo settore che si nota un altro aspetto illuminante dell’azione della città.
I finanziamenti europei e i fondi pubblici hanno dato vita a due open call per le imprese che vogliono sviluppare progetti che si basino sulle risorse e sugli standard della piattaforma sensoristica locale. I partecipanti si trovano così a operare in un ambiente favorevole in continuo e dinamico sviluppo. Ai primi progetti approvati – selezionati fra 47 candidature -  hanno fatto seguito le proposte per altre 31 iniziative sperimentali  di cui ne sono state finanziate quattro.
Santander si propone quindi oggi come un vero e proprio laboratorio vivente, utile per verificare sul campo le soluzioni di piccoli e grandi player internazionali. L’obiettivo è però andare oltre questa fase sperimentale per individuare una formula vincente di  gestione integrata pubblico privata, dove non è tanto la città che individua e mette a bando singoli prodotti, quanto le imprese che nell’ambito di una strategia complessiva chiara e lungimirante del partner territoriale, propongono soluzioni da co-progettare e adattare alle esigenze locali.

Perché il modello Sandander al momento pare funzionare? Sicuramente per la capacità dell’amministrazione di fare accordi con tutti, dalla Commissione Europea, cha ha visto nella città un interlocutore affidabile, alle imprese e agli stakeholder locali.  Inoltre Santander riesce a proporsi come laboratorio aperto estrapolando ed esplicitando chiaramente le proprie specificità ed eccellenze. Si capisce dove vuole andare e non ci sono dubbi che questa prospettiva venga messa in discussione in tempi brevi.
Restano ovviamente da chiarire i modelli di business per la sostenibilità economica della piattaforma tecnologica impiantata nella città. Le prime ipotesi sono legate alla vendita dei dati alle imprese, ai canoni di accesso alla piattaforma, alla visibilità che i progetti sono in grado di trasferire agli attori coinvolti. Sono dimensioni ancora tutte da verificare e non ci stupiremmo se, una volta esauriti i fondi europei, la città dovesse ricalibrare fortemente le proprie aspettative. Ma sono troppe le variabili in gioco e i tempi non sono ancora maturi per trarre delle conclusioni.
Di certo c’è oggi l’incredibile concretezza di un’amministrazione che calcola lucidamente di misurare il ritorno dei singoli progetti parametrandoli alle variazioni della qualità della vita dei cittadini, al ritorno sociale e alla loro coerenza con le priorità individuate nel piano di sviluppo locale; che ha sviluppato piani di alfabetizzazione sia dei cittadini sia dei dipendenti pubblici, in modo da creare un ambiente favorevole all’innovazione e all’uso dei nuovi servizi; che dedica grande attenzione alla condivisione dei propri progetti partecipando attivamente alla RECI, la rete spagnola delle città intelligenti di cui lo stesso De La Serna è presidente e che si pone come obiettivo proprio lo scambio di soluzioni tecniche fra le amministrazioni.
Perché la smart city non è una sfida all’intelligenza del territorio o delle persone, bensì l’individuazione di un  processo intelligente in grado di generare un cambio di attitudine e di comportamento che porti a nuove soluzioni dei problemi irrisolti.

[1] Il blog: http://urban360.me/ - Il video del suo intervento a Smart City Exhibition: http://www.innovatv.it/video/2718499/pablo-sanchez-chillon/linfrastruttura-abilitante-la-citt-intelligente-connettivit 
 
Questo articolo è stato pubblicato su www.SmartInnovation.it

mercoledì 27 febbraio 2013

Lezione di accountability da Chicago

Il 22 febbraio scorso FORUM PA ha organizzato, presso l’ambasciata americana di Roma, un incontro con Kevin Hauswirth, direttore Social Media della città di Chicago.  Avendo avuto modo di chiaccherare un  po’ con lui, credo sia utile condividere qualche considerazione.
Kevin è stato nominato Social Media Director 21 mesi or sono, ha un ruolo di grande responsabilità e ha meno di trent’anni.
La sua funzione è parte di una triade che governa in modo integrato gli aspetti tecnologici della città, composta anche da un Chief Data Officier e a un Chief Technology Officier.
Essi fanno riferimento direttamente al sindaco e curano un programma che pone al centro dell’azione di governo trasparenza, accountability, open data e uso dei social media.
La trasparenza è un valore riconosciuto che viene esplicitato in tutte le forme possibili,  in particolare si attribuisce una grande importanza agli open data e alle applicazioni che su di essi possono essere sviluppate, anche grazie alla costruttiva relazione con Code for America che contribuisce a realizzare i prodotti principali per lo sviluppo della strategia dell’amministrazione.
Trasparenza, dunque, ma anche accountability, ovvero massima attenzione a documentare in modo interattivo e in tempo reale cosa stia facendo l’amministrazione, in modo da coinvolgere i cittadini in un circuito virtuoso verso il miglioramento delle performance e la comprensione della complessità della gestione della città.
Alcuni esempi sono stimolanti.
Infografica del Bilancio di Chicago
Infografica del Bilancio di Chicago
Il bilancio viene  presentato grazie ad alcune infografiche molto esplicative, che fanno capire immediatamente le poste in gioco e la rilevanza dei diversi settori di spesa, in modo da spingere i cittadini a discutere degli aspetti significativi e in modo informato.
Curiosa anche la georeferenziazione delle ispezioni ai ristoranti, le Food inspections che sono una funzione in carico all’amministrazione della città e non dell’USL come in Italia.
La mappa delle food ispections di Chicago
La mappa delle food ispections di Chicago

Ma non mancano anche le performance di tutti gli uffici, comprese le assenze dal lavoro per malattia nei vari giorni della settimana, tutti dati forniti in modo da essere immediatamente leggibili grazie a grafici e immagini. Insomma, non ci si limita a mettere online delle tabelle illeggibili ma si fa invece uno sforzo di comunicazione chiara e responsabile, a cui si associa la disponibilità dei corrispettivi dati grezzi per chi voglia fare elaborazioni proprie.
La presenza sui social è dirompente, la maggior parte degli uffici sono attivi sia su FB che su Twitter, ma non mancano Youtube, Google+, Flickr, Floursquare e addirittura il Chicago Park District su Pinterest .
Kevin è consapevole della dirompente mole di dati e interazioni che deriva da queste presenze e sottolinea l’importanza di individuare delle priorità, selezionare le cose più significative e costruire su di esse un percorso di messa  a fuoco che consenta all’amministrazione di agire, ma allo stesso tempo di evitare l’overload di informazioni. Ecco quindi che vengono sperimentati sistemi per votare  e soprattutto commentare le idee più significative – come Ideascale – in modo da raffinare per fasi successive le proposte dei cittadini.
È molto interessante la logica collaborativa che permea tutte le azioni.
Ad esempio, per affrontare il problema dell’informazione sulla pulizia delle strade durante le frequenti nevicate che colpiscono la città, tutti i veicoli spazzaneve sono stati dotati di un GPS che li posiziona in tempo reale su una mappa accessibile a tutti i cittadini, in modo da prevenire richieste inutili di informazioni e far comprendere l’entità dello sforzo messo in campo dall’amministrazione.
La mappa che posiziona gli spazzaneve a Chicago durante gli snow storm
La mappa che posiziona gli spazzaneve a Chicago durante gli snow storm
Ancora più importante è il Service Tracker, che consente di sapere a che punto è una segnalazione effettuata tramite il call center 311. In questo caso un’altra delle azioni interessanti realizzata da  Code for America è la connessione dell’app che consente di segnalare i fenomeni di degrado della città (Www.seeclickfix.com), con il sistema di gestione del 311. Le segnalazioni entrano così direttamente nel workflow dell’amministrazione che interviene e rendiconta sui diversi canali.
Gli operatori dell’amministrazione rispondono anche su Twitter, ma non si limitano a risposte vaghe o di circostanza. Per esempio, in caso di segnalazione di guasti, chiedono agli utenti di fotografare il problema e di condividerlo in modo da valutare il tipo di intervento necessario senza dover far uscire una squadra appositamente. Il cittadino viene così responsabilizzato e diventa parte integrante del processo di risoluzione del problema.
Dalle parole di Kevin, traspare immediatamente una forte differenza di approccio al rapporto città – cittadini: a Chicago si dà per scontato che gli interlocutori siano digitalmente attivi e consapevoli, e si investe per aumentare il grado di fiducia e collaborazione con l’istituzione, per esempio chiedendo di adottare un marciapiede da spalare in caso di neve.
È un investimento a lungo termine, una scommessa sulla capacità della città di ridefinire il perimetro dell’operatività degli enti alla luce di una nuova forma di attivismo digitale e materiale. Una bella scommessa, che fa riflettere sulla digital awarness del nostro paese, magari pensando ai numeri del  Comune di Roma: 10.000 followers su Twitter e 10.000 telefonate al giorno al contact center. Probabilmente c’è ancora molto lavoro da fare.
Adottare un marciapiede
Adottare un marciapiede
[Tutte le immagini sono  tratte dalla presentazione di Kevin Hauswirth]

Questo articolo è stato pubblicato su Pionero [vai all'articolo originale]

venerdì 30 novembre 2012

Le città, la City Protocol Society e la corsa al Far West

Di ritorno da Barcellona dopo tre giorni piuttosto stimolanti allo Smart City World Congress, ripenso con il sorriso sulle labbra ad una metafora piuttosto efficace suggerita da Manel Sanromà, CIO dell’Ayuntamento di Barcellona, con cui ho avuto il piacere di fare una lunga chiaccherata a proposito dei lavori della City Protocol Society.
Le Smart City sono oggi per le amministrazioni locali una sorta di Far West ricco di strabilianti promesse. Spazi sterminati, terreno fertile per nuove colture, la possibilità di costruire qualcosa d’innovativo sia socialmente che dal punto di vista tecnico e urbanistico.
Tutti ne parlano, sembra quasi obbligatorio per i sindaci diventare i “nuovi coloni” e partire per questa avventura. Eppure un alone d’ignoto su cosa effettivamente si possa trovare dall’altra parte continua ad aleggiare nell’aria.
Alcuni furbacchioni si rendono conto che c’e’ la possibilità di fare buoni affari aspettando i coloni al varco. Mettono su in fretta e furia spacci luccicanti posizionati nei luoghi di passaggio e rifilano ai più creduloni vecchi attrezzi che stavano invenduti nei magazzini e nuove carabattole per dissodare, cablare, processare e difendersi da pericoli inesistenti.
Spesso sono cose completamente inutili, perché possono funzionare solo insieme ad altri strumenti ancor più costosi, oppure presuppongono la disponibilità di risorse o di competenze che non ci sono.
Ma non importa, è partita la corsa all’oro e la domanda incalza.
Alcuni coloni diventano figure mitiche. Hanno scoperto nuovi territori fertili e sono tornati sani e salvi a raccontarlo. Tutti vogliono parlare con loro, i furbacchioni li invitano nei loro spacci e li riempiono di regali. Nessuno dice che sono tornati anche perché la terra era sì fertile ma per coltivarla ci volevano braccia che non c’erano, e da soli si faceva ben poco.
Altri invece partono male equipaggiati, hanno sentito parlare dei fiumi pieni di pepite d’oro e non ci pensano due volte. Mettono la famiglia su un carretto e partono alla ventura. Spesso finiscono però sterminati, perché là fuori non è facile sopravvivere. Ci sono le bande di cattivi sabotatori, gli animali feroci che si pappano le risorse, i virus. Bisogna avere le competenze per fare un sacco di cose. E’ tutto un mondo nuovo dove orientarsi, se si mette la casa nel posto sbagliato tutto può essere spazzato via alla prima piena.
Ecco allora che alcuni coloni più lungimiranti degli altri si rendono conto che è meglio muoversi insieme, unendosi in carovane.
Nascono così nuove figure professionali che sono indispensabili per il successo dell’avventura. Ci sono i facilitatori, che creano le condizioni per partire uniti e ben attrezzati, magari mettendo in contatto chi vuole partire con i venditori più onesti e preparati organizzando fiere e incontri con gli esperti.
Ci sono le guide, gli sceriffi e i dottori, che aiutano a trovare la strada, a riconoscere i pericoli e prevenirli, perché hanno già fatto il percorso con altri coloni.
Presto alcuni febbri e maniscalchi che prima rifilavano cose inutili ai coloni, si rendono conto che i tempi sono cambiati e che è più proficuo parlare con loro e magari accompagnarli lungo questo lungo viaggio, per costruire gli attrezzi che realmente servono lungo il cammino. Si scopre così che spesso non servono cannoni ma pentole per cucinare meglio e tende per dormire al caldo la notte. Bisogni primari, che se soddisfatti uniscono le famiglie dei coloni e le carovane fra di loro quando si incontrano, e consentono di trovare nuove energie, idee e soluzioni.
Così i coloni si rendono finalmente conto che non basta la loro forza e determinazione da patriarchi, e se le famiglie partecipano alle attività e uniscono gli sforzi dividendo il lavoro si fa più strada con meno fatica. Nascono nuove comunità che prima non c’erano.
Si arriva finalmente alla terra promessa e ci sono tutte le condizioni e le braccia per coltivarla al meglio.
La City Protocol Society, come mi è stata raccontata da Manel Sanromà, nasce proprio per mettere insieme le città in una carovana che unisce le forze per trovare la terra promessa delle Smart City senza farsi depredare dai furbacchioni. Lo fa unendo a livello mondiale le competenze delle amministrazioni, degli esperti e delle aziende per definire degli standard praticabili che aiutino a riconoscere le soluzioni più efficaci.
E’ una bella scommessa decisamente ambiziosa, speriamo che risulti vincente. Credo valga la pena che ognuno di noi metta il proprio gettone.

Questo articolo è stato pubblicato su www.pionero.it  (Vai direttamente all'articolo)

lunedì 12 novembre 2012

Il ruolo delle PA nello sviluppo delle Smart City


Smart city: tutti ne parlano, difficile trovare un accordo su cosa s’intenda realmente con questo termine[1]. Per ipotizzare quale possa essere il ruolo delle amministrazioni pubbliche nel loro sviluppo, occorre assumere alcuni postulati di partenza, alcuni elementi di discontinuità che consentano di non disconoscere l’intelligenza delle città del passato, bensì di individuare le specificità di quelle del futuro. Un futuro ormai presente, tangibile e praticabile.
Le città sono fatte di uomini e donne, e sempre lo saranno. Ma le smart city sono tali perché gli uomini e le donne che le popolano e le governano sono oggi in grado di accedere in modo diffuso a tecnologie che prima non c’erano.
Questo è il primo elemento di discontinuità che occorre tenere presente. Se oggi possiamo pensare in termini di smart city è perché le strade e le case sono piene di oggetti più o meno intelligenti connessi a Internet: sensori, telefoni, oggetti, veicoli, ecc.
E questa opportunità non è ristretta ai centri di ricerca, alle università, alle grandi aziende ICT. No, oggi anche un ragazzo dotato di uno smart phone può incidere attivamente sulle funzioni, i servizi, le informazioni del territorio che lo circonda. Anche un’amministrazione locale può impiantare, con investimenti contenuti, reti e servizi fino a pochi anni fa impensabili. Basti pensare alla capacità di calcolo e storage oggi disponibile grazie alle soluzioni di cloud computing.
La diffusione di Internet, la facilità di accesso e l’ubiquità di oggetti connessi, la disponibilità di piattaforme d’integrazione e di servizi digitalizzati, sono elementi abilitanti che prima non c’erano ed oggi vanno a costituire le colonne portanti della smart city. Questo non significa affermare che essa sia fatta di tecnologia, tutt’altro, ma se vogliamo individuarne gli elementi identificativi per ricavare il ruolo delle amministrazioni pubbliche, il fattore tecnologico è determinante.
Il secondo elemento di discontinuità è culturale e si sviluppa a più livelli: politico, delle istituzioni, degli abitanti e delle imprese. La smart city si riconosce perché attua un profondo cambiamento culturale nel modo di intendere la governance locale.
Il presupposto tecnologico rende impensabile l’assenza di una visione sistemica e della capacità di ragionare su strategie di lungo periodo.
Si può accettare una città dove gli enti del territorio adottano sistemi incapaci di interagire ed integrarsi fra di loro?
Quanto tempo occorre per portare a regime le piattaforme per la gestione del traffico che sono in grado di analizzare i dati sulla mobilità in tempo reale e indirizzare i pendolari?
E’ sensato elaborare i dati del traffico e correlarli in tempo reale con quelli ambientali per dotarsi di strumenti a supporto delle decisioni strategiche?
Non sono obiettivi di legislatura, occorre andare oltre, pensare in grande e lontano, coinvolgere un alto numero di stakeholder. Serve il coinvolgimento delle imprese con modelli che vadano oltre il rapporto cliente / fornitore. Occorre valorizzare il tessuto imprenditoriale locale e sfruttare al contempo l’expertise dei grandi vendor internazionali in grado di trasferire le conoscenze sviluppate nei territori più evoluti.
La complessità del sistema delle partnership, unita alla necessità di finanziare grandi progetti con risorse limitate, richiede una forte leadership politica e delle istituzioni. Richiede vision, garanzie di continuità.
Questo è forse l’elemento che caratterizza le città oggi più all’avanguardia: la capacità di trasferire il senso di una vision, di un progetto che vada oltre il singolo sindaco. Sì, i personaggi sono fondamentali e imprimono un marchio alle loro creature – lo slogan “New Urban Mechanics” del sindaco di Boston Thomas Menino è forse destinato a durare una legislatura[2] - ma la lungimirante strategia di Amsterdam[3] per ridurre le emissioni entro il 2025  resisterà nel tempo. E sono una bella promessa anche i progetti a 360° di Barcellona, che nonostante la crisi economica spagnola e catalana si appresta a divenire la capitale mondiale del settore[4].
Il coinvolgimento delle imprese sotto forma di co-investitori nello sviluppo del territorio è fondamentale, ma nessuna di loro accetterà come partner un soggetto che non sappia cosa voglia fare da grande.
Il modo nuovo di concepire una parte dei servizi pubblici è il terzo elemento di discontinuità. Ancora una volta il presupposto tecnologico e la sua diffusione sono gli elementi abilitanti. L’eredità della stagione dell’e-government – ancora non pienamente conclusa e assai poco valorizzata, quantomeno nel nostro paese – è la piena realizzazione del percorso di digitalizzazione dei processi e dei procedimenti degli enti pubblici. Se il processo è digitale, ed il servizio può quindi essere erogato virtualmente ove non si tratti di attività materiali, allora le modalità di accesso divengono molto più flessibili, non necessariamente legate ai canali istituzionali. Possono intervenire nuovi intermediari sul territorio, anche privati, come banche,  poste, reti terze. È ipotizzabile chiudere sportelli pubblici e spostare l’erogazione del servizio sia on line, sia presso strutture che per le loro caratteristiche siano funzionali e vicine al cittadino, riducendo i costi e aumentando la qualità percepita dagli utenti.
È un passaggio organizzativo e culturale piuttosto ovvio, se si pensa a come gli utenti stessi abbiano rivoluzionato intere fette di mercato passando dal fisico al digitale: la fruizione musicale e cinematografica, le prenotazioni di viaggi, di voli, di hotel, ecc.  Ovvio ma non ancora concluso, a giudicare dalla lentezza con cui le amministrazioni pubbliche accettano di modificare i propri modelli di funzionamento.
Il quarto, e forse più importante elemento di discontinuità, è quello che potremmo definire un “nuovo umanesimo” ed è legato al coinvolgimento attivo delle persone[5]. La pervasività della rete e la disponibilità di apparati sempre connessi, hanno reso possibile la nascita di nuove forme di partecipazione e influenza che nascono dal basso.  I cittadini sono oggi in grado di agire volontariamente e influenzare l’operato delle amministrazioni. Così come i fruitori di TripAdvisor si fanno condizionare consapevolmente dai commenti di altri utenti che già hanno sperimentato risorse ricettive, allo stesso modo gli abitanti della città possono dotarsi di strumenti di valutazione dei servizi pubblici, di segnalazione di problemi di degrado urbano, di monitoraggio ambientale.
Sono azioni in grado di incidere in misura potenzialmente rilevante sulle amministrazioni, sulle scelte politiche, sui comportamenti degli abitanti, sulla qualità della vita e dei servizi e durante le situazioni di emergenza. La nascita di queste iniziative dipende dall’intuizione e dalla creatività degli individui, ma da sole non sono sufficienti. Occorre creare massa critica e sostenere la popolazione locale affinché raggiunga un livello sufficiente di cultura digitale.  
L’amministrazione pubblica di una vera smart city stimola la presenza di questi fenomeni, si avvale della loro incisività, incoraggia le forme di auto-organizzazione e di resilienza che si sviluppano sui social media e nel territorio.



[1] Considerazioni più approfondite sulla definizione di smart city sono raccolte nell’e-book: “Il percorso verso la città intelligente”, Cittalia, luglio 2012, www.cittalia.it/images/file/Il%20percorso%20verso%20la%20citt%C3%A0%20intelligente-hyper.pdf
[2] “Our job in city government is to be urban mechanics – to fix the basics that make our neighborhoods work. But the truth is, today, our residents, our partners, ourselves —we are all urban mechanics.” -Mayor Thomas M. Menino – e con questa affermazione il sindaco ha avviato lo sviluppo di molteplici applicazioni mobile per coinvolgere i cittadini nella gestione delle funzioni urbane della città  http://www.newurbanmechanics.org/
[3] http://www.amsterdamsmartcity.com
[4] Non è un caso se proprio a Barcellona ha preso avvio l’iniziativa del City Protocol, un interessante percorso partecipativo che coinvolge decine di realtà da tutto il mondo unite nel desiderio di condividere una nuova scienza delle città e dotarsi di strumenti comuni di lavoro.  http://cityprotocol.org/index.html
[5] Su questi temi sono interessanti le considerazioni di Gigi Cogo in “La cittadinanza digitale. Nuove opportunità tra diritti e doveri”, Edizioni della Sera, 2010

Smart city: tecnologie intelligenti per le città o cittadini più intelligenti in città?


Sono fra gli assi portanti dell’Agenda Digitale del Governo Monti e uno dei temi di maggior interesse nel dibattito sul futuro del paese. Sono oggetto di importanti finanziamenti nazionali ed europei e stuzzicano l’interesse di amministrazioni ed imprese. Ma cosa caratterizza le smart city e come fa una città a diventare più “intelligente”?
Le città sono fatte da uomini e donne, in carne ed ossa, ma le smart city sono tali perché gli uomini e le donne che le popolano e le governano sono oggi in grado di accedere in modo diffuso a tecnologie che prima non c’erano.  Questo è uno straordinario elemento di discontinuità che definisce almeno parzialmente il termine. Se oggi possiamo pensare in termini di smart city è perché le strade e le case sono piene di oggetti più o meno intelligenti connessi a Internet o fra di loro: sensori, telefoni, oggetti, veicoli, ecc. E questa opportunità non è ristretta solo ai centri di ricerca, alle università, alle grandi aziende ICT. Anche un’amministrazione locale può impiantare, con investimenti contenuti, reti e servizi fino a pochi anni fa impensabili in termini di efficienza, grazie a soluzioni innovative e a portata di mano.  
Ciò non significa affermare che la smart city sia fatta di tecnologia, ma se vogliamo individuarne gli elementi identificativi, il fattore tecnologico è uno di quelli determinanti. Le città devono divenire un ambiente propizio per l’innovazione, la partecipazione dei cittadini, lo sviluppo delle imprese. I vari stakeholder possono contribuire con nuova forza grazie alla pervasività della rete e alla disponibilità di servizi e applicazioni.
La vera sfida è quindi integrare in modo efficace il nuovo “spazio digitale della città” - fatto di connettività e apparati, di capacità di calcolo e storage, di applicazioni verticali e servizi - con strumenti e soluzioni in grado di abilitare fattivamente quel civic empowerment che è la reale scommessa della città intelligente: quella dove la misura della smartness è data da una diversa percezione della qualità della vita, a cui gli stessi abitanti hanno contribuito con il loro agire quotidiano.
Gli assi di azione possono essere vari e coinvolgere tutti gli aspetti del vivere urbano: mobilità e trasporti, ambiente ed energia, qualità edilizia e dell’impianto urbanistico, economia,  capacità di attrazione di talenti e investimenti, partecipazione e coinvolgimento dei cittadini, salute e sistemi di teleassistenza, educazione.
In Italia e in Europa parecchie amministrazioni hanno iniziato a muoversi investendo in direzioni anche molto diverse fra loro. Vediamo sinteticamente alcuni casi esemplificativi, molti dei quali erano presenti a Bologna in occasione di Smart City Exhibition (29-31 ottobre 2012).
Genova ha già alle spalle parecchie azioni concrete riconducibili all’impostazione del progetto smart city: l’illuminazione del waterfront portuale e dell’acquario, gli edifici scolastici intelligenti, il Piano di Azione sulla Sostenibilità e per l’Energia. Inoltre si è recentemente aggiudicata i finanziamenti di tre bandi europei sul fronte energetico. Punto di forza della città è sicuramente l’aver dato vita all’associazione Genova Smart City, che unisce tutti gli stakeholder della città in uno sforzo comune di progettazione e condivisione strategica.
Il Comune di Bologna sta percorrendo le strade dell’open government e della trasparenza quali basi per lo sviluppo dell'innovazione urbana e degli strumenti di governo. Il disegno di Bologna come smart city è “social”, sostenibile e aperto al contributo creativo dei cittadini. Iperbole 2020, la nuova rete civica in costruzione, ha un ruolo fondamentale in questo processo. Il successo del percorso partecipato per la costruzione dell’Agenda Digitale Locale e la coerenza del piano strategico sono la cartina tornasole dell’impegno dell’amministrazione verso la creazione di una piattaforma condivisa per lo sviluppo della città.
L’Amministrazione comunale di Torino si è impegnata  a fondo sul fronte della sostenibilità e ha dato vita alla fondazione Torino Smart City che raccoglie tutti i principali attori locali. Accanto ai numerosi progetti di Smart City, votati a fare in modo che le tecnologie agevolino lo sviluppo urbano in una dimensione di eco-città, cresce anche la necessità di innovare gli stili di vita e i modelli formativo / educativi.
Anche a Reggio Emilia e a Firenze – fra i numerosi progetti in corso - si osserva una forte attenzione proprio rispetto al tema della “città educante”, considerata  uno dei pilastri per sostenere il lungo percorso verso la smart city.
In Europa, Barcellona, oggi una delle città più impegnate sul fronte Smart city, ha una storia di pianificazione molto lunga. Fra i tanti progetti, nel campo della mobilità è utile segnalare  LIVE , frutto  di un partenariato pubblico-privato per creare una piattaforma che fornisce supporto e promuove lo sviluppo della mobilità elettrica nella città e nell'area metropolitana di Barcellona, sperimentando così nuove soluzioni per migliorare la qualità dell’aria e della vita. Con questo progetto la città di Barcellona diventa Living Lab, laboratorio di sperimentazione di nuovi progetti pilota per testare soluzioni per la mobilità elettrica.
Già dal 2010 la città di Edimburgo, grazie all’approvazione del progetto The Smart City Vision, ha deciso di avviare iniziative mirate alla riorganizzazione della macchina amministrativa e alla ristrutturazione dei servizi sul territorio. Gli obiettivi del progetto sono legati al miglioramento della qualità della vita degli abitanti,  alla semplificazione delle procedure burocratiche, all’informatizzazione dei servizi.
Copenhagen ha già attuato da tempo politiche lungimiranti che prevedono la chiusura del centro storico alle automobili in favore di un piano di mobilità “slow”. La bicicletta diventa così il mezzo di trasporto principe per tutti i cittadini e, nel contempo, un nuovo “strumento” per la riduzione delle emissioni di CO2. Il cambio di mentalità proposto dall’amministrazione pubblica è stato accettato da tutti gli abitanti della città che hanno contribuito, con la loro conversione ad abitudini “sostenibili”, a rendere la capitale danese la città più “green” d’Europa. Ogni giorno, circa 150mila persone si recano a scuola o al lavoro con il “mezzo di trasporto ecologico”.
Amsterdam è forse la città europea che più ha spinto in questi anni sul fronte dell’abbattimento di CO2.  “The Climate Street” è l’ultimo progetto all’interno del vasto programma Amsterdam Smart City. Un ottimo mix di tecnologie e diffusione di cultura che ha coinvolto commercianti, cittadini, multiutility della distribuzione dell’energia insieme a piccole imprese per rendere più sostenibile da un punto di vista energetico lo spazio pubblico delle vie commerciali del centro, con l’obiettivo di una riduzione delle emissioni di CO2 della città di oltre 200 tonnellate l’anno e risparmi energetici per oltre il 40%.
Appare chiaro che nei prossimi anni saranno investiti parecchi soldi nelle città e da qualsivoglia prospettiva le si voglia guardare, le smart city sono una sfida. Per le amministrazioni locali significa dotarsi di una visione di medio - lungo termine, che vada oltre le scadenze elettorali e consenta pianificazione e coinvolgimento attivo di molteplici stakeholder. In tempo di crisi economica, servono nuove forme creative di finanziamento dei progetti che si basino sulle prospettive di risparmio ed efficienza. Gli amministratori devono accettare che sta cambiando il concetto di territorio comunemente inteso, a cui si affianca sempre di più uno spazio digitale altrettanto rilevante per i cittadini e per i servizi. Con l’introduzione di grandi infrastrutture tecnologiche per la gestione delle funzioni urbane, le città dovranno predisporsi per aumentare sempre di più la governabilità real time, cioè assumere decisioni in modo molto rapido sulla base di sistemi di analisi di grandi quantità di dati: qualità dell’aria, traffico, commenti dei cittadini, consumi, ecc.
Ma la sfida forse più ardua è la capacità di diffondere una nuova cultura digitale, che promuova la condivisione e la collaborazione, la nascita di community e la partecipazione attiva alla vita e alle decisioni che riguardano le città.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero speciale di E-Gov   autunno 2012

Smart city, dove i bit si fondono con gli atomi delle case e delle strade, ma gli uomini restano al timone

Le città e le aree urbane sono complessi ecosistemi che oggi si confrontano con immensi problemi in termini di sviluppo, inclusione, trasporti, clima, sicurezza, infrastrutture.
La crisi attuale non fa che acuire le difficoltà e molte realtà si trovano in una condizione di declino in termini di prospettive e, soprattutto, di qualità della vita percepita dagli abitanti.
La situazione nei piccoli insediamenti rurali o maggiormente decentrati non è migliore, con evidenti fenomeni d’invecchiamento della popolazione e declino economico.
Le città, che concentreranno sempre più la popolazione mondiale, rappresentano allo stesso tempo un catalizzatore di problemi ma anche di soluzioni e straordinarie opportunità abilitate da tecnologie fino a ieri solo immaginarie. Devono divenire un ambiente propizio per l’innovazione, la partecipazione dei cittadini, lo sviluppo delle imprese, che possono contribuire con nuova forza grazie alla pervasività della rete e alla disponibilità di servizi e applicazioni.
In un contesto dinamico come quello attuale, specie in termini di accesso diffuso alle tecnologie, è indispensabile comprendere come soluzioni legate ad una logica top down possano risultare limitative e addirittura controproducenti per le città.
Basti pensare a come, nel giro di pochi anni, Internet e i social media siano stati in grado di rivoluzionare in modo evidente alcuni presupposti del vivere umano: le relazioni, la ricerca del lavoro, l’accesso alle informazioni, la fruizione culturale, e così via.
Questi cambiamenti non sono avvenuti grazie ad una pianificazione calata dall’alto, bensì perché connessi ad intuizioni brillanti – nuove applicazioni o piattaforme – e ad una massa critica di user che, adottando queste soluzioni, ne ha decretato il successo e indirizzato gli sviluppi futuri. O ne ha causato il fallimento prematuro.
D’altro canto, la strada verso la smart city è fatta di pianificazione a medio - lungo termine, di standard adottati e condivisi, di visione infrastrutturale d’insieme.
La sfida è quindi integrare in modo efficace il nuovo “spazio digitale della città” - fatto di connettività e apparati, di capacità di calcolo e storage, di applicazioni verticali e servizi - con strumenti e soluzioni in grado di abilitare fattivamente quel civic empowerment che è la reale scommessa della città intelligente: quella dove la misura della smartness è data da una diversa percezione della qualità della vita, a cui gli stessi abitanti hanno contribuito con il loro agire quotidiano.
Definire cosa sia concretamente una smart city non è cosa semplice.  È un concetto indubbiamente utile per sostenere programmi di finanziamento e mobilitare intelligenze connettive. Ha l’indubbio vantaggio di possedere quasi “geneticamente” la capacità di stimolare la collaborazione fra ambiti professionali normalmente distanti fra loro.
Di certo interessi significativi  vi ruotano intorno, sostenuti dai produttori di tecnologie e dalla necessità di trovare una strada per i problemi delle città.
Ma non è un prodotto. È difficile pensare di poter acquistare la smart city pronta all’uso, perché ogni soluzione, per funzionare, non potrà che essere frutto di una governance inclusiva, di collaborazione con le imprese, di azioni di co-progettazione con gli utenti, i quali, oltretutto, sono gli unici che ne decreteranno o meno il successo.
Nella difficoltà a fornire una definizione precisa, meglio forse accettare che esistono tante smart city quanti sono coloro che intendono realizzarle – ricordare che ogni città è diversa dalle altre -  e ipotizzare invece una lettura forse più umile che presenti a grandi tratti le diverse prospettive con cui riconoscerle.

Mi nutro di Big Data[1]
Da alcuni anni la diffusione di reti wireless, sensori ed embedded system[2] ha reso disponibile un nuovo set di opportunità per il monitoraggio e il controllo automatizzato della città. Queste tecnologie sono pervasive, rendono misurabile il funzionamento del territorio e delle attività che lo animano. E soprattutto producono dati, una enorme quantità di dati.
La smart city è riconoscibile perché raccoglie, analizza ed estrae valore dalle informazioni, si dota di strumenti avanzati per processare grandi quantità di dati.

Ho partorito una nuova generazione di servizi
L’effetto dirompente del cosiddetto web 2.0 ha mutato completamente i comportamenti in rete e influenzato il mondo reale del commercio, delle relazioni, dei viaggi, della fruizione culturale, e tanto altro ancora. Anche le attività delle amministrazioni pubbliche ne sono state gradualmente influenzate,  sempre di più si osserva l’adozione di paradigmi del web 2.0 nella ridefinizione dei servizi erogati, fino a giungere a proposte dirompenti come la New Urban Mechanics di Boston[3] che propone applicazioni che trasferiscono ai cittadini una parte, seppur minima, della gestione delle attività urbane.
La smart city è riconoscibile perché adotta soluzioni di crowdsourcing[4], rende interattivi i siti web e genera valore sui propri canali grazie alla partecipazione degli utenti che ne migliorano la credibilità, l’affidabilità e la qualità complessiva. E soprattutto eroga gran parte dei suoi servizi digitalmente.

Sono percorsa da un nuovo umanesimo
La pervasività della rete, unita alla diffusione di device sempre connessi, hanno reso possibile la nascita di nuove forme di partecipazione e influenza che nascono dal basso. Sono azioni in grado di incidere fortemente sulle amministrazioni, sulle scelte politiche, sui comportamenti degli abitanti, sulla qualità della vita e dei servizi e durante le situazioni di emergenza. La scintilla che fa attivare queste iniziative è legata all’intuizione e alla creatività degli individui, ma da sola non è sufficiente. Occorre massa critica e che la popolazione locale possegga una cultura digitale sufficientemente approfondita.
La smart city è riconoscibile dalla presenza di questi fenomeni, dalla loro incisività, dall’attenzione che vi pongono le amministrazioni, dalle forme di auto-organizzazione che si sviluppano sui social media, specie nei momenti di crisi. La smart city vede nascere fenomeni di participatory sensing[5].

Sono curiosa di sapere cosa pensi
La competizione fra le città è un fenomeno noto e la storia è ricca di esempi vincenti e tristi casi di declino. La storia continua, ma nuovi indicatori sono sempre più importanti nel decretare le probabilità di successo.
Oggi la capacità di attrarre investimenti, talenti, intelligenze e visitatori è legata alle reti – non più solo fisiche ma anche digitali - con cui un territorio è connesso; dipende dalla qualità ambientale e climatica che riesce ad esprimere; è influenzata dalle prospettive occupazionali e dalla presenza di forme di sostegno alle giovani impresi; si misura anche con la cura che le istituzioni dedicano alla presenza online.
La smart city è riconoscibile dalla credibilità di cui gode in rete, dai rating delle attività commerciali e industriali, dalla  notorietà dei suoi prodotti materiali e immateriali, dalla disponibilità di banda larga e accessi a Internet.

Mi fido di te
Ci sono oggi tutti i presupposti tecnologici e normativi perché le attività  delle amministrazioni pubbliche siano interamente digitalizzate. In questa situazione, la storica presenza sul territorio degli sportelli pubblici non è più indispensabile. Se il servizio è digitalizzato vi si può accedere online, oppure tramite intermediari in grado di semplificare la vita all’utente o consentire un risparmio in termini di costi per le amministrazioni.
La smart city è riconoscibile perché ripensa in una logica multicanale le modalità con cui eroga i suoi servizi, riduce la propria presenza fisica per concentrare gli sforzi sulla qualità delle prestazioni e sulla capacità di interagire con i suoi abitanti.

Le mie porte sono aperte
La dottrina dell’open government è ormai diffusa in tutto il mondo, anche in Italia molte realtà stanno traendone spunti per il miglioramento della governance locale e una maggiore trasparenza dell’azione amministrativa.
La smart city si riconosce perché pratica l’open data e ispira la propria azione politica ai principi dell’open government: collaborazione, trasparenza, partecipazione.

Mi peso tutte le mattine
Una città che consuma più di quanto possa permettersi non è intelligente: suolo, energia, aria respirabile, acqua, salute e tempo dei suoi abitanti sono risorse che vanno preservate. Sono i fattori chiave che dovrebbero guidare le scelte degli amministratori.
La smart city si riconosce dalle politiche che attua concretamente sui diversi piani: è fattiva, non si ferma alle enunciazioni, si dota di strumenti di monitoraggio e supporto alle decisioni, condivide i risultati con i cittadini.

Conosco ogni angolo di me
La città deve essere in grado di conoscere ciò che accade  sul proprio territorio ai diversi livelli di operatività: mobilità, ambiente, economia, sicurezza, ecc. Il monitoraggio e la possibilità d’intervento sono garantiti dalla capacità di integrare insiemi di dati provenienti da fonti diversificate e di connetterli alla rappresentazione del territorio. Questa integrazione avviene sia fra i sistemi usati per la gestione delle funzioni istituzionali degli enti, sia fra sistemi di enti diversi.
La smart city si riconosce perché adotta infrastrutture per i dati territoriali che consentono di superare le specificità connesse all’origine del dato, per generare viste d’insieme in  grado di correlare entità diverse, utili per il controllo e la programmazione della città.
I data base delle istituzioni e delle utilities si trasformano in sistemi di monitoraggio e allerta in grado di misurare giorno per giorno le variazioni nella vita degli immobili, delle aziende, dell’ambiente, dei cittadini.

Mi piace esprimermi liberamente
Nel successo di una città, la cultura, la condivisione della conoscenza e l’innovazione hanno un ruolo strategico. Concedere spazio alla comunicazione, alla creatività, alle produzioni artistiche che vengono dal basso, crea le condizioni per la riqualificazione di aree urbane e la nascita di nuove economie dell’immateriale.
La smart city si riconosce per l’attenzione che dedica all’arte in tutte le sue forme, per la capacità di concepire modelli di fruizione anche digitale del patrimonio culturale e per gli investimenti che dedica al sostegno della creatività.

Penso anche a te[6]
La città vincente è inclusiva, cosmopolita, fisicamente e digitalmente accessibile. Per essere tale deve essere progettata in modo universale, pensata per agevolare la vita di categorie ampie di persone: stranieri, diversamente abili, visitatori, bambini, anziani, ecc.
La smart city si riconosce perché concepisce ambienti, servizi e prodotti in modo che siano accessibili a tutti e necessitino del minor numero possibile di adattamenti  per essere fruiti.

Pianifico il mio futuro
Una lettura attenta della propria storia e delle proprie vocazioni culturali ed economiche è alla base della scelte strategiche della città intelligente. Le esperienze di metropoli lontane possono essere di grande aiuto per stimolare la creatività dei progettisti ed evidenziare soluzioni innovative, ma è necessario individuare una via che valorizzi le specificità locali.
La smart city si riconosce perché pianifica il proprio sviluppo cercando di cogliere il territorio nella sua poliedrica interezza, ipotizzandone una gestione integrata e coordinata a tutti i livelli grazie al supporto delle tecnologie.
Da qualsivoglia prospettiva le si voglia guardare, le smart city sono una sfida.
Per le amministrazioni locali significa dotarsi di una visione di medio - lungo termine, che vada oltre le scadenze elettorali e consenta pianificazione e coinvolgimento attivo di molteplici stakeholder. Servono nuove forme low cost di finanziamento dei progetti anche in tempo di crisi, che si basino sulle prospettive di risparmio ed efficienza. Gli amministratori devono accettare che sta cambiando il concetto di territorio comunemente inteso, a cui si affianca sempre di più uno spazio digitale altrettanto rilevante per i cittadini e per i servizi. Con l’introduzione di grandi infrastrutture tecnologiche per la gestione delle funzioni urbane, le città dovranno predisporsi per aumentare sempre di più la governabilità real time, cioè assumere decisioni in modo molto rapido sulla base di sistemi di analisi di grandi quantità di dati: qualità dell’aria, traffico, commenti dei cittadini, consumi, ecc.
Ma la sfida forse più ardua è la capacità di diffondere una nuova cultura digitale, che promuova la condivisione e la collaborazione, la nascita di community e la partecipazione attiva alla vita e alle decisioni che riguardano le città.
Probabilmente smart city non è, oggi, un concetto pienamente reale. È forse più uno scenario futuro o, ancora meglio, una prospettiva di sviluppo che sottolinea come alcune tecnologie e la loro diffusione siano in grado di abilitare soluzioni efficaci e, soprattutto, di aiutare i cittadini a modellare attivamente la città che vivono. 

Questo articolo è stato pubblicato su “Il percorso verso la città intelligente” edito da Cittalia.

L'e-book completo “Il percorso verso la città intelligente” è scaricabile gratuitamente sul sito di Cittalia.