venerdì 30 novembre 2012

Le città, la City Protocol Society e la corsa al Far West

Di ritorno da Barcellona dopo tre giorni piuttosto stimolanti allo Smart City World Congress, ripenso con il sorriso sulle labbra ad una metafora piuttosto efficace suggerita da Manel Sanromà, CIO dell’Ayuntamento di Barcellona, con cui ho avuto il piacere di fare una lunga chiaccherata a proposito dei lavori della City Protocol Society.
Le Smart City sono oggi per le amministrazioni locali una sorta di Far West ricco di strabilianti promesse. Spazi sterminati, terreno fertile per nuove colture, la possibilità di costruire qualcosa d’innovativo sia socialmente che dal punto di vista tecnico e urbanistico.
Tutti ne parlano, sembra quasi obbligatorio per i sindaci diventare i “nuovi coloni” e partire per questa avventura. Eppure un alone d’ignoto su cosa effettivamente si possa trovare dall’altra parte continua ad aleggiare nell’aria.
Alcuni furbacchioni si rendono conto che c’e’ la possibilità di fare buoni affari aspettando i coloni al varco. Mettono su in fretta e furia spacci luccicanti posizionati nei luoghi di passaggio e rifilano ai più creduloni vecchi attrezzi che stavano invenduti nei magazzini e nuove carabattole per dissodare, cablare, processare e difendersi da pericoli inesistenti.
Spesso sono cose completamente inutili, perché possono funzionare solo insieme ad altri strumenti ancor più costosi, oppure presuppongono la disponibilità di risorse o di competenze che non ci sono.
Ma non importa, è partita la corsa all’oro e la domanda incalza.
Alcuni coloni diventano figure mitiche. Hanno scoperto nuovi territori fertili e sono tornati sani e salvi a raccontarlo. Tutti vogliono parlare con loro, i furbacchioni li invitano nei loro spacci e li riempiono di regali. Nessuno dice che sono tornati anche perché la terra era sì fertile ma per coltivarla ci volevano braccia che non c’erano, e da soli si faceva ben poco.
Altri invece partono male equipaggiati, hanno sentito parlare dei fiumi pieni di pepite d’oro e non ci pensano due volte. Mettono la famiglia su un carretto e partono alla ventura. Spesso finiscono però sterminati, perché là fuori non è facile sopravvivere. Ci sono le bande di cattivi sabotatori, gli animali feroci che si pappano le risorse, i virus. Bisogna avere le competenze per fare un sacco di cose. E’ tutto un mondo nuovo dove orientarsi, se si mette la casa nel posto sbagliato tutto può essere spazzato via alla prima piena.
Ecco allora che alcuni coloni più lungimiranti degli altri si rendono conto che è meglio muoversi insieme, unendosi in carovane.
Nascono così nuove figure professionali che sono indispensabili per il successo dell’avventura. Ci sono i facilitatori, che creano le condizioni per partire uniti e ben attrezzati, magari mettendo in contatto chi vuole partire con i venditori più onesti e preparati organizzando fiere e incontri con gli esperti.
Ci sono le guide, gli sceriffi e i dottori, che aiutano a trovare la strada, a riconoscere i pericoli e prevenirli, perché hanno già fatto il percorso con altri coloni.
Presto alcuni febbri e maniscalchi che prima rifilavano cose inutili ai coloni, si rendono conto che i tempi sono cambiati e che è più proficuo parlare con loro e magari accompagnarli lungo questo lungo viaggio, per costruire gli attrezzi che realmente servono lungo il cammino. Si scopre così che spesso non servono cannoni ma pentole per cucinare meglio e tende per dormire al caldo la notte. Bisogni primari, che se soddisfatti uniscono le famiglie dei coloni e le carovane fra di loro quando si incontrano, e consentono di trovare nuove energie, idee e soluzioni.
Così i coloni si rendono finalmente conto che non basta la loro forza e determinazione da patriarchi, e se le famiglie partecipano alle attività e uniscono gli sforzi dividendo il lavoro si fa più strada con meno fatica. Nascono nuove comunità che prima non c’erano.
Si arriva finalmente alla terra promessa e ci sono tutte le condizioni e le braccia per coltivarla al meglio.
La City Protocol Society, come mi è stata raccontata da Manel Sanromà, nasce proprio per mettere insieme le città in una carovana che unisce le forze per trovare la terra promessa delle Smart City senza farsi depredare dai furbacchioni. Lo fa unendo a livello mondiale le competenze delle amministrazioni, degli esperti e delle aziende per definire degli standard praticabili che aiutino a riconoscere le soluzioni più efficaci.
E’ una bella scommessa decisamente ambiziosa, speriamo che risulti vincente. Credo valga la pena che ognuno di noi metta il proprio gettone.

Questo articolo è stato pubblicato su www.pionero.it  (Vai direttamente all'articolo)

lunedì 12 novembre 2012

Il ruolo delle PA nello sviluppo delle Smart City


Smart city: tutti ne parlano, difficile trovare un accordo su cosa s’intenda realmente con questo termine[1]. Per ipotizzare quale possa essere il ruolo delle amministrazioni pubbliche nel loro sviluppo, occorre assumere alcuni postulati di partenza, alcuni elementi di discontinuità che consentano di non disconoscere l’intelligenza delle città del passato, bensì di individuare le specificità di quelle del futuro. Un futuro ormai presente, tangibile e praticabile.
Le città sono fatte di uomini e donne, e sempre lo saranno. Ma le smart city sono tali perché gli uomini e le donne che le popolano e le governano sono oggi in grado di accedere in modo diffuso a tecnologie che prima non c’erano.
Questo è il primo elemento di discontinuità che occorre tenere presente. Se oggi possiamo pensare in termini di smart city è perché le strade e le case sono piene di oggetti più o meno intelligenti connessi a Internet: sensori, telefoni, oggetti, veicoli, ecc.
E questa opportunità non è ristretta ai centri di ricerca, alle università, alle grandi aziende ICT. No, oggi anche un ragazzo dotato di uno smart phone può incidere attivamente sulle funzioni, i servizi, le informazioni del territorio che lo circonda. Anche un’amministrazione locale può impiantare, con investimenti contenuti, reti e servizi fino a pochi anni fa impensabili. Basti pensare alla capacità di calcolo e storage oggi disponibile grazie alle soluzioni di cloud computing.
La diffusione di Internet, la facilità di accesso e l’ubiquità di oggetti connessi, la disponibilità di piattaforme d’integrazione e di servizi digitalizzati, sono elementi abilitanti che prima non c’erano ed oggi vanno a costituire le colonne portanti della smart city. Questo non significa affermare che essa sia fatta di tecnologia, tutt’altro, ma se vogliamo individuarne gli elementi identificativi per ricavare il ruolo delle amministrazioni pubbliche, il fattore tecnologico è determinante.
Il secondo elemento di discontinuità è culturale e si sviluppa a più livelli: politico, delle istituzioni, degli abitanti e delle imprese. La smart city si riconosce perché attua un profondo cambiamento culturale nel modo di intendere la governance locale.
Il presupposto tecnologico rende impensabile l’assenza di una visione sistemica e della capacità di ragionare su strategie di lungo periodo.
Si può accettare una città dove gli enti del territorio adottano sistemi incapaci di interagire ed integrarsi fra di loro?
Quanto tempo occorre per portare a regime le piattaforme per la gestione del traffico che sono in grado di analizzare i dati sulla mobilità in tempo reale e indirizzare i pendolari?
E’ sensato elaborare i dati del traffico e correlarli in tempo reale con quelli ambientali per dotarsi di strumenti a supporto delle decisioni strategiche?
Non sono obiettivi di legislatura, occorre andare oltre, pensare in grande e lontano, coinvolgere un alto numero di stakeholder. Serve il coinvolgimento delle imprese con modelli che vadano oltre il rapporto cliente / fornitore. Occorre valorizzare il tessuto imprenditoriale locale e sfruttare al contempo l’expertise dei grandi vendor internazionali in grado di trasferire le conoscenze sviluppate nei territori più evoluti.
La complessità del sistema delle partnership, unita alla necessità di finanziare grandi progetti con risorse limitate, richiede una forte leadership politica e delle istituzioni. Richiede vision, garanzie di continuità.
Questo è forse l’elemento che caratterizza le città oggi più all’avanguardia: la capacità di trasferire il senso di una vision, di un progetto che vada oltre il singolo sindaco. Sì, i personaggi sono fondamentali e imprimono un marchio alle loro creature – lo slogan “New Urban Mechanics” del sindaco di Boston Thomas Menino è forse destinato a durare una legislatura[2] - ma la lungimirante strategia di Amsterdam[3] per ridurre le emissioni entro il 2025  resisterà nel tempo. E sono una bella promessa anche i progetti a 360° di Barcellona, che nonostante la crisi economica spagnola e catalana si appresta a divenire la capitale mondiale del settore[4].
Il coinvolgimento delle imprese sotto forma di co-investitori nello sviluppo del territorio è fondamentale, ma nessuna di loro accetterà come partner un soggetto che non sappia cosa voglia fare da grande.
Il modo nuovo di concepire una parte dei servizi pubblici è il terzo elemento di discontinuità. Ancora una volta il presupposto tecnologico e la sua diffusione sono gli elementi abilitanti. L’eredità della stagione dell’e-government – ancora non pienamente conclusa e assai poco valorizzata, quantomeno nel nostro paese – è la piena realizzazione del percorso di digitalizzazione dei processi e dei procedimenti degli enti pubblici. Se il processo è digitale, ed il servizio può quindi essere erogato virtualmente ove non si tratti di attività materiali, allora le modalità di accesso divengono molto più flessibili, non necessariamente legate ai canali istituzionali. Possono intervenire nuovi intermediari sul territorio, anche privati, come banche,  poste, reti terze. È ipotizzabile chiudere sportelli pubblici e spostare l’erogazione del servizio sia on line, sia presso strutture che per le loro caratteristiche siano funzionali e vicine al cittadino, riducendo i costi e aumentando la qualità percepita dagli utenti.
È un passaggio organizzativo e culturale piuttosto ovvio, se si pensa a come gli utenti stessi abbiano rivoluzionato intere fette di mercato passando dal fisico al digitale: la fruizione musicale e cinematografica, le prenotazioni di viaggi, di voli, di hotel, ecc.  Ovvio ma non ancora concluso, a giudicare dalla lentezza con cui le amministrazioni pubbliche accettano di modificare i propri modelli di funzionamento.
Il quarto, e forse più importante elemento di discontinuità, è quello che potremmo definire un “nuovo umanesimo” ed è legato al coinvolgimento attivo delle persone[5]. La pervasività della rete e la disponibilità di apparati sempre connessi, hanno reso possibile la nascita di nuove forme di partecipazione e influenza che nascono dal basso.  I cittadini sono oggi in grado di agire volontariamente e influenzare l’operato delle amministrazioni. Così come i fruitori di TripAdvisor si fanno condizionare consapevolmente dai commenti di altri utenti che già hanno sperimentato risorse ricettive, allo stesso modo gli abitanti della città possono dotarsi di strumenti di valutazione dei servizi pubblici, di segnalazione di problemi di degrado urbano, di monitoraggio ambientale.
Sono azioni in grado di incidere in misura potenzialmente rilevante sulle amministrazioni, sulle scelte politiche, sui comportamenti degli abitanti, sulla qualità della vita e dei servizi e durante le situazioni di emergenza. La nascita di queste iniziative dipende dall’intuizione e dalla creatività degli individui, ma da sole non sono sufficienti. Occorre creare massa critica e sostenere la popolazione locale affinché raggiunga un livello sufficiente di cultura digitale.  
L’amministrazione pubblica di una vera smart city stimola la presenza di questi fenomeni, si avvale della loro incisività, incoraggia le forme di auto-organizzazione e di resilienza che si sviluppano sui social media e nel territorio.



[1] Considerazioni più approfondite sulla definizione di smart city sono raccolte nell’e-book: “Il percorso verso la città intelligente”, Cittalia, luglio 2012, www.cittalia.it/images/file/Il%20percorso%20verso%20la%20citt%C3%A0%20intelligente-hyper.pdf
[2] “Our job in city government is to be urban mechanics – to fix the basics that make our neighborhoods work. But the truth is, today, our residents, our partners, ourselves —we are all urban mechanics.” -Mayor Thomas M. Menino – e con questa affermazione il sindaco ha avviato lo sviluppo di molteplici applicazioni mobile per coinvolgere i cittadini nella gestione delle funzioni urbane della città  http://www.newurbanmechanics.org/
[3] http://www.amsterdamsmartcity.com
[4] Non è un caso se proprio a Barcellona ha preso avvio l’iniziativa del City Protocol, un interessante percorso partecipativo che coinvolge decine di realtà da tutto il mondo unite nel desiderio di condividere una nuova scienza delle città e dotarsi di strumenti comuni di lavoro.  http://cityprotocol.org/index.html
[5] Su questi temi sono interessanti le considerazioni di Gigi Cogo in “La cittadinanza digitale. Nuove opportunità tra diritti e doveri”, Edizioni della Sera, 2010

Smart city: tecnologie intelligenti per le città o cittadini più intelligenti in città?


Sono fra gli assi portanti dell’Agenda Digitale del Governo Monti e uno dei temi di maggior interesse nel dibattito sul futuro del paese. Sono oggetto di importanti finanziamenti nazionali ed europei e stuzzicano l’interesse di amministrazioni ed imprese. Ma cosa caratterizza le smart city e come fa una città a diventare più “intelligente”?
Le città sono fatte da uomini e donne, in carne ed ossa, ma le smart city sono tali perché gli uomini e le donne che le popolano e le governano sono oggi in grado di accedere in modo diffuso a tecnologie che prima non c’erano.  Questo è uno straordinario elemento di discontinuità che definisce almeno parzialmente il termine. Se oggi possiamo pensare in termini di smart city è perché le strade e le case sono piene di oggetti più o meno intelligenti connessi a Internet o fra di loro: sensori, telefoni, oggetti, veicoli, ecc. E questa opportunità non è ristretta solo ai centri di ricerca, alle università, alle grandi aziende ICT. Anche un’amministrazione locale può impiantare, con investimenti contenuti, reti e servizi fino a pochi anni fa impensabili in termini di efficienza, grazie a soluzioni innovative e a portata di mano.  
Ciò non significa affermare che la smart city sia fatta di tecnologia, ma se vogliamo individuarne gli elementi identificativi, il fattore tecnologico è uno di quelli determinanti. Le città devono divenire un ambiente propizio per l’innovazione, la partecipazione dei cittadini, lo sviluppo delle imprese. I vari stakeholder possono contribuire con nuova forza grazie alla pervasività della rete e alla disponibilità di servizi e applicazioni.
La vera sfida è quindi integrare in modo efficace il nuovo “spazio digitale della città” - fatto di connettività e apparati, di capacità di calcolo e storage, di applicazioni verticali e servizi - con strumenti e soluzioni in grado di abilitare fattivamente quel civic empowerment che è la reale scommessa della città intelligente: quella dove la misura della smartness è data da una diversa percezione della qualità della vita, a cui gli stessi abitanti hanno contribuito con il loro agire quotidiano.
Gli assi di azione possono essere vari e coinvolgere tutti gli aspetti del vivere urbano: mobilità e trasporti, ambiente ed energia, qualità edilizia e dell’impianto urbanistico, economia,  capacità di attrazione di talenti e investimenti, partecipazione e coinvolgimento dei cittadini, salute e sistemi di teleassistenza, educazione.
In Italia e in Europa parecchie amministrazioni hanno iniziato a muoversi investendo in direzioni anche molto diverse fra loro. Vediamo sinteticamente alcuni casi esemplificativi, molti dei quali erano presenti a Bologna in occasione di Smart City Exhibition (29-31 ottobre 2012).
Genova ha già alle spalle parecchie azioni concrete riconducibili all’impostazione del progetto smart city: l’illuminazione del waterfront portuale e dell’acquario, gli edifici scolastici intelligenti, il Piano di Azione sulla Sostenibilità e per l’Energia. Inoltre si è recentemente aggiudicata i finanziamenti di tre bandi europei sul fronte energetico. Punto di forza della città è sicuramente l’aver dato vita all’associazione Genova Smart City, che unisce tutti gli stakeholder della città in uno sforzo comune di progettazione e condivisione strategica.
Il Comune di Bologna sta percorrendo le strade dell’open government e della trasparenza quali basi per lo sviluppo dell'innovazione urbana e degli strumenti di governo. Il disegno di Bologna come smart city è “social”, sostenibile e aperto al contributo creativo dei cittadini. Iperbole 2020, la nuova rete civica in costruzione, ha un ruolo fondamentale in questo processo. Il successo del percorso partecipato per la costruzione dell’Agenda Digitale Locale e la coerenza del piano strategico sono la cartina tornasole dell’impegno dell’amministrazione verso la creazione di una piattaforma condivisa per lo sviluppo della città.
L’Amministrazione comunale di Torino si è impegnata  a fondo sul fronte della sostenibilità e ha dato vita alla fondazione Torino Smart City che raccoglie tutti i principali attori locali. Accanto ai numerosi progetti di Smart City, votati a fare in modo che le tecnologie agevolino lo sviluppo urbano in una dimensione di eco-città, cresce anche la necessità di innovare gli stili di vita e i modelli formativo / educativi.
Anche a Reggio Emilia e a Firenze – fra i numerosi progetti in corso - si osserva una forte attenzione proprio rispetto al tema della “città educante”, considerata  uno dei pilastri per sostenere il lungo percorso verso la smart city.
In Europa, Barcellona, oggi una delle città più impegnate sul fronte Smart city, ha una storia di pianificazione molto lunga. Fra i tanti progetti, nel campo della mobilità è utile segnalare  LIVE , frutto  di un partenariato pubblico-privato per creare una piattaforma che fornisce supporto e promuove lo sviluppo della mobilità elettrica nella città e nell'area metropolitana di Barcellona, sperimentando così nuove soluzioni per migliorare la qualità dell’aria e della vita. Con questo progetto la città di Barcellona diventa Living Lab, laboratorio di sperimentazione di nuovi progetti pilota per testare soluzioni per la mobilità elettrica.
Già dal 2010 la città di Edimburgo, grazie all’approvazione del progetto The Smart City Vision, ha deciso di avviare iniziative mirate alla riorganizzazione della macchina amministrativa e alla ristrutturazione dei servizi sul territorio. Gli obiettivi del progetto sono legati al miglioramento della qualità della vita degli abitanti,  alla semplificazione delle procedure burocratiche, all’informatizzazione dei servizi.
Copenhagen ha già attuato da tempo politiche lungimiranti che prevedono la chiusura del centro storico alle automobili in favore di un piano di mobilità “slow”. La bicicletta diventa così il mezzo di trasporto principe per tutti i cittadini e, nel contempo, un nuovo “strumento” per la riduzione delle emissioni di CO2. Il cambio di mentalità proposto dall’amministrazione pubblica è stato accettato da tutti gli abitanti della città che hanno contribuito, con la loro conversione ad abitudini “sostenibili”, a rendere la capitale danese la città più “green” d’Europa. Ogni giorno, circa 150mila persone si recano a scuola o al lavoro con il “mezzo di trasporto ecologico”.
Amsterdam è forse la città europea che più ha spinto in questi anni sul fronte dell’abbattimento di CO2.  “The Climate Street” è l’ultimo progetto all’interno del vasto programma Amsterdam Smart City. Un ottimo mix di tecnologie e diffusione di cultura che ha coinvolto commercianti, cittadini, multiutility della distribuzione dell’energia insieme a piccole imprese per rendere più sostenibile da un punto di vista energetico lo spazio pubblico delle vie commerciali del centro, con l’obiettivo di una riduzione delle emissioni di CO2 della città di oltre 200 tonnellate l’anno e risparmi energetici per oltre il 40%.
Appare chiaro che nei prossimi anni saranno investiti parecchi soldi nelle città e da qualsivoglia prospettiva le si voglia guardare, le smart city sono una sfida. Per le amministrazioni locali significa dotarsi di una visione di medio - lungo termine, che vada oltre le scadenze elettorali e consenta pianificazione e coinvolgimento attivo di molteplici stakeholder. In tempo di crisi economica, servono nuove forme creative di finanziamento dei progetti che si basino sulle prospettive di risparmio ed efficienza. Gli amministratori devono accettare che sta cambiando il concetto di territorio comunemente inteso, a cui si affianca sempre di più uno spazio digitale altrettanto rilevante per i cittadini e per i servizi. Con l’introduzione di grandi infrastrutture tecnologiche per la gestione delle funzioni urbane, le città dovranno predisporsi per aumentare sempre di più la governabilità real time, cioè assumere decisioni in modo molto rapido sulla base di sistemi di analisi di grandi quantità di dati: qualità dell’aria, traffico, commenti dei cittadini, consumi, ecc.
Ma la sfida forse più ardua è la capacità di diffondere una nuova cultura digitale, che promuova la condivisione e la collaborazione, la nascita di community e la partecipazione attiva alla vita e alle decisioni che riguardano le città.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero speciale di E-Gov   autunno 2012

Smart city, dove i bit si fondono con gli atomi delle case e delle strade, ma gli uomini restano al timone

Le città e le aree urbane sono complessi ecosistemi che oggi si confrontano con immensi problemi in termini di sviluppo, inclusione, trasporti, clima, sicurezza, infrastrutture.
La crisi attuale non fa che acuire le difficoltà e molte realtà si trovano in una condizione di declino in termini di prospettive e, soprattutto, di qualità della vita percepita dagli abitanti.
La situazione nei piccoli insediamenti rurali o maggiormente decentrati non è migliore, con evidenti fenomeni d’invecchiamento della popolazione e declino economico.
Le città, che concentreranno sempre più la popolazione mondiale, rappresentano allo stesso tempo un catalizzatore di problemi ma anche di soluzioni e straordinarie opportunità abilitate da tecnologie fino a ieri solo immaginarie. Devono divenire un ambiente propizio per l’innovazione, la partecipazione dei cittadini, lo sviluppo delle imprese, che possono contribuire con nuova forza grazie alla pervasività della rete e alla disponibilità di servizi e applicazioni.
In un contesto dinamico come quello attuale, specie in termini di accesso diffuso alle tecnologie, è indispensabile comprendere come soluzioni legate ad una logica top down possano risultare limitative e addirittura controproducenti per le città.
Basti pensare a come, nel giro di pochi anni, Internet e i social media siano stati in grado di rivoluzionare in modo evidente alcuni presupposti del vivere umano: le relazioni, la ricerca del lavoro, l’accesso alle informazioni, la fruizione culturale, e così via.
Questi cambiamenti non sono avvenuti grazie ad una pianificazione calata dall’alto, bensì perché connessi ad intuizioni brillanti – nuove applicazioni o piattaforme – e ad una massa critica di user che, adottando queste soluzioni, ne ha decretato il successo e indirizzato gli sviluppi futuri. O ne ha causato il fallimento prematuro.
D’altro canto, la strada verso la smart city è fatta di pianificazione a medio - lungo termine, di standard adottati e condivisi, di visione infrastrutturale d’insieme.
La sfida è quindi integrare in modo efficace il nuovo “spazio digitale della città” - fatto di connettività e apparati, di capacità di calcolo e storage, di applicazioni verticali e servizi - con strumenti e soluzioni in grado di abilitare fattivamente quel civic empowerment che è la reale scommessa della città intelligente: quella dove la misura della smartness è data da una diversa percezione della qualità della vita, a cui gli stessi abitanti hanno contribuito con il loro agire quotidiano.
Definire cosa sia concretamente una smart city non è cosa semplice.  È un concetto indubbiamente utile per sostenere programmi di finanziamento e mobilitare intelligenze connettive. Ha l’indubbio vantaggio di possedere quasi “geneticamente” la capacità di stimolare la collaborazione fra ambiti professionali normalmente distanti fra loro.
Di certo interessi significativi  vi ruotano intorno, sostenuti dai produttori di tecnologie e dalla necessità di trovare una strada per i problemi delle città.
Ma non è un prodotto. È difficile pensare di poter acquistare la smart city pronta all’uso, perché ogni soluzione, per funzionare, non potrà che essere frutto di una governance inclusiva, di collaborazione con le imprese, di azioni di co-progettazione con gli utenti, i quali, oltretutto, sono gli unici che ne decreteranno o meno il successo.
Nella difficoltà a fornire una definizione precisa, meglio forse accettare che esistono tante smart city quanti sono coloro che intendono realizzarle – ricordare che ogni città è diversa dalle altre -  e ipotizzare invece una lettura forse più umile che presenti a grandi tratti le diverse prospettive con cui riconoscerle.

Mi nutro di Big Data[1]
Da alcuni anni la diffusione di reti wireless, sensori ed embedded system[2] ha reso disponibile un nuovo set di opportunità per il monitoraggio e il controllo automatizzato della città. Queste tecnologie sono pervasive, rendono misurabile il funzionamento del territorio e delle attività che lo animano. E soprattutto producono dati, una enorme quantità di dati.
La smart city è riconoscibile perché raccoglie, analizza ed estrae valore dalle informazioni, si dota di strumenti avanzati per processare grandi quantità di dati.

Ho partorito una nuova generazione di servizi
L’effetto dirompente del cosiddetto web 2.0 ha mutato completamente i comportamenti in rete e influenzato il mondo reale del commercio, delle relazioni, dei viaggi, della fruizione culturale, e tanto altro ancora. Anche le attività delle amministrazioni pubbliche ne sono state gradualmente influenzate,  sempre di più si osserva l’adozione di paradigmi del web 2.0 nella ridefinizione dei servizi erogati, fino a giungere a proposte dirompenti come la New Urban Mechanics di Boston[3] che propone applicazioni che trasferiscono ai cittadini una parte, seppur minima, della gestione delle attività urbane.
La smart city è riconoscibile perché adotta soluzioni di crowdsourcing[4], rende interattivi i siti web e genera valore sui propri canali grazie alla partecipazione degli utenti che ne migliorano la credibilità, l’affidabilità e la qualità complessiva. E soprattutto eroga gran parte dei suoi servizi digitalmente.

Sono percorsa da un nuovo umanesimo
La pervasività della rete, unita alla diffusione di device sempre connessi, hanno reso possibile la nascita di nuove forme di partecipazione e influenza che nascono dal basso. Sono azioni in grado di incidere fortemente sulle amministrazioni, sulle scelte politiche, sui comportamenti degli abitanti, sulla qualità della vita e dei servizi e durante le situazioni di emergenza. La scintilla che fa attivare queste iniziative è legata all’intuizione e alla creatività degli individui, ma da sola non è sufficiente. Occorre massa critica e che la popolazione locale possegga una cultura digitale sufficientemente approfondita.
La smart city è riconoscibile dalla presenza di questi fenomeni, dalla loro incisività, dall’attenzione che vi pongono le amministrazioni, dalle forme di auto-organizzazione che si sviluppano sui social media, specie nei momenti di crisi. La smart city vede nascere fenomeni di participatory sensing[5].

Sono curiosa di sapere cosa pensi
La competizione fra le città è un fenomeno noto e la storia è ricca di esempi vincenti e tristi casi di declino. La storia continua, ma nuovi indicatori sono sempre più importanti nel decretare le probabilità di successo.
Oggi la capacità di attrarre investimenti, talenti, intelligenze e visitatori è legata alle reti – non più solo fisiche ma anche digitali - con cui un territorio è connesso; dipende dalla qualità ambientale e climatica che riesce ad esprimere; è influenzata dalle prospettive occupazionali e dalla presenza di forme di sostegno alle giovani impresi; si misura anche con la cura che le istituzioni dedicano alla presenza online.
La smart city è riconoscibile dalla credibilità di cui gode in rete, dai rating delle attività commerciali e industriali, dalla  notorietà dei suoi prodotti materiali e immateriali, dalla disponibilità di banda larga e accessi a Internet.

Mi fido di te
Ci sono oggi tutti i presupposti tecnologici e normativi perché le attività  delle amministrazioni pubbliche siano interamente digitalizzate. In questa situazione, la storica presenza sul territorio degli sportelli pubblici non è più indispensabile. Se il servizio è digitalizzato vi si può accedere online, oppure tramite intermediari in grado di semplificare la vita all’utente o consentire un risparmio in termini di costi per le amministrazioni.
La smart city è riconoscibile perché ripensa in una logica multicanale le modalità con cui eroga i suoi servizi, riduce la propria presenza fisica per concentrare gli sforzi sulla qualità delle prestazioni e sulla capacità di interagire con i suoi abitanti.

Le mie porte sono aperte
La dottrina dell’open government è ormai diffusa in tutto il mondo, anche in Italia molte realtà stanno traendone spunti per il miglioramento della governance locale e una maggiore trasparenza dell’azione amministrativa.
La smart city si riconosce perché pratica l’open data e ispira la propria azione politica ai principi dell’open government: collaborazione, trasparenza, partecipazione.

Mi peso tutte le mattine
Una città che consuma più di quanto possa permettersi non è intelligente: suolo, energia, aria respirabile, acqua, salute e tempo dei suoi abitanti sono risorse che vanno preservate. Sono i fattori chiave che dovrebbero guidare le scelte degli amministratori.
La smart city si riconosce dalle politiche che attua concretamente sui diversi piani: è fattiva, non si ferma alle enunciazioni, si dota di strumenti di monitoraggio e supporto alle decisioni, condivide i risultati con i cittadini.

Conosco ogni angolo di me
La città deve essere in grado di conoscere ciò che accade  sul proprio territorio ai diversi livelli di operatività: mobilità, ambiente, economia, sicurezza, ecc. Il monitoraggio e la possibilità d’intervento sono garantiti dalla capacità di integrare insiemi di dati provenienti da fonti diversificate e di connetterli alla rappresentazione del territorio. Questa integrazione avviene sia fra i sistemi usati per la gestione delle funzioni istituzionali degli enti, sia fra sistemi di enti diversi.
La smart city si riconosce perché adotta infrastrutture per i dati territoriali che consentono di superare le specificità connesse all’origine del dato, per generare viste d’insieme in  grado di correlare entità diverse, utili per il controllo e la programmazione della città.
I data base delle istituzioni e delle utilities si trasformano in sistemi di monitoraggio e allerta in grado di misurare giorno per giorno le variazioni nella vita degli immobili, delle aziende, dell’ambiente, dei cittadini.

Mi piace esprimermi liberamente
Nel successo di una città, la cultura, la condivisione della conoscenza e l’innovazione hanno un ruolo strategico. Concedere spazio alla comunicazione, alla creatività, alle produzioni artistiche che vengono dal basso, crea le condizioni per la riqualificazione di aree urbane e la nascita di nuove economie dell’immateriale.
La smart city si riconosce per l’attenzione che dedica all’arte in tutte le sue forme, per la capacità di concepire modelli di fruizione anche digitale del patrimonio culturale e per gli investimenti che dedica al sostegno della creatività.

Penso anche a te[6]
La città vincente è inclusiva, cosmopolita, fisicamente e digitalmente accessibile. Per essere tale deve essere progettata in modo universale, pensata per agevolare la vita di categorie ampie di persone: stranieri, diversamente abili, visitatori, bambini, anziani, ecc.
La smart city si riconosce perché concepisce ambienti, servizi e prodotti in modo che siano accessibili a tutti e necessitino del minor numero possibile di adattamenti  per essere fruiti.

Pianifico il mio futuro
Una lettura attenta della propria storia e delle proprie vocazioni culturali ed economiche è alla base della scelte strategiche della città intelligente. Le esperienze di metropoli lontane possono essere di grande aiuto per stimolare la creatività dei progettisti ed evidenziare soluzioni innovative, ma è necessario individuare una via che valorizzi le specificità locali.
La smart city si riconosce perché pianifica il proprio sviluppo cercando di cogliere il territorio nella sua poliedrica interezza, ipotizzandone una gestione integrata e coordinata a tutti i livelli grazie al supporto delle tecnologie.
Da qualsivoglia prospettiva le si voglia guardare, le smart city sono una sfida.
Per le amministrazioni locali significa dotarsi di una visione di medio - lungo termine, che vada oltre le scadenze elettorali e consenta pianificazione e coinvolgimento attivo di molteplici stakeholder. Servono nuove forme low cost di finanziamento dei progetti anche in tempo di crisi, che si basino sulle prospettive di risparmio ed efficienza. Gli amministratori devono accettare che sta cambiando il concetto di territorio comunemente inteso, a cui si affianca sempre di più uno spazio digitale altrettanto rilevante per i cittadini e per i servizi. Con l’introduzione di grandi infrastrutture tecnologiche per la gestione delle funzioni urbane, le città dovranno predisporsi per aumentare sempre di più la governabilità real time, cioè assumere decisioni in modo molto rapido sulla base di sistemi di analisi di grandi quantità di dati: qualità dell’aria, traffico, commenti dei cittadini, consumi, ecc.
Ma la sfida forse più ardua è la capacità di diffondere una nuova cultura digitale, che promuova la condivisione e la collaborazione, la nascita di community e la partecipazione attiva alla vita e alle decisioni che riguardano le città.
Probabilmente smart city non è, oggi, un concetto pienamente reale. È forse più uno scenario futuro o, ancora meglio, una prospettiva di sviluppo che sottolinea come alcune tecnologie e la loro diffusione siano in grado di abilitare soluzioni efficaci e, soprattutto, di aiutare i cittadini a modellare attivamente la città che vivono. 

Questo articolo è stato pubblicato su “Il percorso verso la città intelligente” edito da Cittalia.

L'e-book completo “Il percorso verso la città intelligente” è scaricabile gratuitamente sul sito di Cittalia.